Il re e il tycoon anti Isis. Effetto Trump in Marocco

Per risolvere la crisi politica il monarca si affida al ricco Akhennouch, intransigente verso l'Islam

Il re  e il tycoon anti Isis. Effetto Trump in Marocco

Per risollevare le sorti politiche del Marocco re Mohammed VI non ha esitato a estrarre dal cilindro il «suo» Donald Trump. Non c'è somiglianza fisica, ma anche Aziz Akhennouch, l'uomo incaricato di superare l'impasse e dare vita al nuovo governo, è un tycoon a tutti gli effetti. Akhennouch, 55 anni, è uno degli imprenditori più ricchi e influenti del continente africano con il suo patrimonio di 2 miliardi di dollari accertato da Forbes. L'uomo della provvidenza, con una laurea in economia conseguita all'università canadese di Sherbrooke, dovrà trovare una maggioranza in grado di governare il Paese dopo le elezioni di sei settimane fa. Abdelilah Benkirane, primo ministro uscente e leader del partito della fratellanza musulmana Giustizia e Sviluppo (PJD) che ha vinto le elezioni, sta per gettare la spugna. La patata bollente è passata nelle mani di re Mohammed VI che si è affidato ad Akhennouch, leader dell'Assemblea Nazionale degli Indipendenti, per trovare i numeri di un governo che possa percorrere senza sbandamenti i cinque anni di legislatura. La notizia in Marocco ha destato un certo stupore. Non certo per l'esperienza di Akhennouch, che è tra l'altro il ministro dell'Agricoltura uscente, piuttosto per la sua formazione laica, molto più intransigente verso l'Islam rispetto alle posizioni di Ilyas El Omari, il leader del partito dell'Autenticità e della Modernità (PAM) che ha conteso fino all'ultimo a Benkirane la vittoria alle politiche. Akhennouch deve raccogliere consensi e rastrellare numeri. Da una parte l'imprenditore marocchino è consapevole che i 125 voti dei deputati di «Giustizia e Sviluppo» sono la base indispensabile per dare vita al nuovo governo, ma per arrivare ai 198 voti necessari ci vorrà l'appoggio di quelli che lui stesso ha definito «uomini di buona volontà». I parlamentari del PJD non sembrano entusiasti, ma qualcuno vacilla e il gioco delle poltrone potrebbe risultare decisivo nel raggiungere il risultato che re Mohammed VI attende entro la fine del 2016. Akhennouch, Benkirane ed El Omari chiedono per il proprio raggruppamento politico gli stessi ministeri chiave (interni, esteri, economia e difesa) e in campo sono scesi anche i parlamentari nazionalisti e monarchici di Istiqlal. «Qualcuno dovrà fare un passo indietro, altrimenti non ne verremo a capo», spiega Akhennouch che proprio ieri ha cenato nella residenza del re a Rabat. Atteggiamento questo che viene strumentalizzato ad arte dalle altre componenti politiche. Di fatto re Mohammed VI e Akhennouch si frequentano fin dai tempi in cui l'attuale monarca era soltanto il principe ereditario, ma Benkirane ha vestito i panni dell'elefante in una cristalleria. Non solo si è dissociato dal mandato esplorativo del re, ma ha bollato l'incarico affidato ad Akhennouch come «tentativo di colpo di stato. Siamo di fronte a una cospirazione contro la volontà del popolo. Non accetterò che una sola persona mercanteggi come un bottegaio nel suk per conto dei cittadini». Dal palazzo reale non si segnala per ora alcuna replica, anche se in tempi non sospetti il monarca aveva spiegato che il nuovo governo «non nascerà per questioni aritmetiche o come condivisione di un bottino elettorale. Ci sono sul tavolo parecchie questioni da risolvere che vanno ben oltre le alleanze politiche». Una delle quali riguarda il terrorismo di matrice jhadista. Se è vero che, escludendo l'attentato del 2011 al Caffè Argana di Marrakech, la situazione è piuttosto fluida, è altrettanto acclarato che le cellule jihadiste, ben 72, agiscono fuori dal Marocco e minacciano in primis l'Europa.

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