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Il rebus negoziati: Khamenei-Donald, rischio vicolo cieco

Oltre a pretendere lo smantellamento del programma nucleare di Teheran e dei suoi sistemi missilistici si chiede alla Repubblica Islamica di metter fine a qualsiasi sostegno agli alleati del cosiddetto "Asse della Resistenza"

Il rebus negoziati: Khamenei-Donald, rischio vicolo cieco
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"Khamenei dovrebbe preoccuparsi molto". L'ultimo avvertimento lanciato 24 ore fa da Donald Trump sembra aver fatto effetto. Dopo due giorni di tira e molla il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato la presenza della delegazione di Teheran al cruciale negoziato con gli Usa che si apre questa mattina in Oman.

La vera domanda è su cosa e per quanto a lungo si potrà negoziare. La delegazione Usa, composta dagli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner, ha ben chiaro cosa chiedere. Oltre a pretendere lo smantellamento del programma nucleare di Teheran e dei suoi sistemi missilistici chiede alla Repubblica Islamica di metter fine a qualsiasi sostegno agli alleati del cosiddetto "Asse della Resistenza" ovvero Hezbollah, Hamas, Houthi e le varie milizie sciite armate e foraggiate dall'Irak all'Afghanistan. La pretesa statunitense equivale di fatto a una richiesta di sostanziale resa. Il diktat della Casa Bianca priverebbe l'Iran di tutti gli strumenti impiegati fin qui per imporsi come un'autentica potenza regionale capace di minacciare Israele e di contrapporsi alle potenze sunnite alleate degli Stati Uniti. Consegnare le infrastrutture nucleare equivale infatti ad abbandonare il progetto d'esercitare un'autentica deterrenza atomica nei confronti dello stato ebraico. La rinuncia ai missili e all'appoggio garantito agli alleati regionali corrisponde invece a un sostanziale disarmo. E quel disarmo finirebbe con il mettere a repentaglio la coesione di un sistema di potere in cui già oggi s'intravvede la contrapposizione tra le fazioni più estreme, pronte allo scontro con l'America, e quelle più vicine alla Suprema Guida Ali Khamenei decise a usare il negoziato per prender tempo.

I calcoli di Khamenei e dei cosiddetti temporeggiatori rischiano però di venir inficiati dal ritorno in piazza dell'opposizione. Una nuova violenta repressione della protesta a negoziati aperti innescherebbe inevitabilmente un intervento Usa. Dunque l'Iran pur avendo scelto la strada del negoziato è consapevole di aver davanti un vicolo cieco al termine del quale l'intervento americano appare quasi inevitabile. A Khamenei e ai temporeggiatori resta però la speranza di sfruttare la trattativa per seminare dubbi all'interno dell'elettorato trumpiano e allontanare l'America dai suoi alleati arabi. Per incrinare la compattezza del fronte interno Usa l'Iran punta a proiettare sull'elettorato Maga - più allergico alle cosiddette guerre "senza fine" - la prospettiva di un conflitto lungo, costoso e quasi impossibile da vincere con il solo impiego dell'aviazione. Una prospettiva che Trump e il Pentagono progettano di superare colpendo, in caso di ripresa delle proteste, i pasdaran e le altre forze di sicurezza più fedeli al regime in modo da innescare una rivolta in seno all'esercito o alle forze di polizia.

Alla Casa Bianca resta però da risolvere il problema degli assai recalcitranti alleati regionali.

Turchia, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi - quattro paesi fondamentali per l'avvio della seconda fase della tregua a Gaza e per il rilancio dei cosiddetti accordi di Abramo - hanno già messo sul tavolo un secco no ad una guerra in cui rischiano la rappresaglia di Teheran. Un no che trasforma i negoziati in Oman in un autentico rebus e garantisce a Teheran un ultimo, per quanto precario, salvagente.

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