Renzi blinda la sedia Pd: "Se perdo non lascio"

Ma i fedelissimi ammettono: se il centrodestra vince, per Matteo sarà difficile far finta di nulla

Renzi blinda la sedia Pd: "Se perdo non lascio"

«Non ci sarà nessun passo indietro». Matteo Renzi esclude seccamente dimissioni e cambi della guardia nel Pd, in caso di sconfitta elettorale. «Trovo sconcertante che il tema di questa campagna elettorale sia cosa faccio io e non cosa fa l'Italia», aggiunge.

Lo dice rispondendo a domanda diretta del giornalista di Sky Tg24, ma sembra soprattutto voler mandare un messaggio ai maggiorenti Pd. Non a caso, lo fa all'indomani della manifestazione elettorale che domenica ha visto Walter Veltroni protagonista a Roma, a fianco di Paolo Gentiloni, con le cronache dei giornali che raccontano come in quella platea molti guardassero al fondatore del Pd come ad un possibile «salvatore» del partito, se le cose si mettessero male. Veltroni - che in quest'ultima settimana prima del voto sarà impegnatissimo in giro per l'Italia nella campagna elettorale per i Dem - si è ben guardato dal raccogliere quei segnali, ma in privato non nasconde le sue preoccupazioni e la convinzione che una vittoria del centrodestra, trascinata soprattutto da «una forte crescita della Lega», sia «una concreta possibilità».

Ed è questo lo scenario che preoccupa maggiormente lo stato maggiore Pd, più di quello di un risultato frammentato in cui nessuno schieramento abbia la maggioranza, nel quale il partito renziano potrebbe comunque giocare le sue carte: «Se un centrodestra a trazione leghista avesse la maggioranza, sarebbe difficile per Renzi fronteggiare l'accusa di aver provocato il ritorno di Berlusconi al governo», ragiona un dirigente dem, «figuratevi come lo bombarderebbero ogni giorno dalla sinistra e dalle colonne di Repubblica: difficile reggere. Anzi, non escludo che a quel punto potrebbe essere lui stesso a fare un passo indietro».

Il segretario Pd ha ben presente il rischio, e non è un caso che ieri a Milano, davanti alla platea degli imprenditori di Assolombarda, abbia rivendicato i risultati del suo governo nel «rimettere in moto» l'Italia e il Nord produttivo, a cominciare dalla riforma del Jobs Act: «Se io fossi l'ad di una delle vostre aziende», ha sottolineato, «porterei dei risultati economici positivi. Forse mi licenziereste come direttore marketing per come ho comunicato quello che ho fatto, ma dovreste prendere atto» dei dati su Pil, disoccupazione, fatturato. «Quei dati dicono che noi abbiamo fatto quello che per anni voi avete chiesto». Altro che la flat tax proposta in campagna elettorale dal centrodestra: «Una presa in giro» che verrà archiviata dopo il voto. Insomma, il «vento del Nord» dovrebbe spirare nella direzione di chi i risultati li ha prodotti, è il messaggio: «A voi il compito di decidere se questa è la direzione giusta o se volete tornare indietro».

Il 4 marzo si capirà se l'appello ha funzionato. Renzi ribadisce l'obiettivo di fare del Pd il «primo gruppo parlamentare», e i suoi assicurano che è a portata di mano. Se non accadesse, il segretario dovrà comunque fronteggiare un sisma interno. Per ora senza «piano B», perché mancano un leader ed una maggioranza alternativa. C'è chi immagina che lo stesso Renzi potrebbe giocare d'anticipo chiedendo un nuovo congresso, ma la mossa sarebbe ad alto rischio: dal Piemonte di Chiamparino all'Emilia di Bonaccini, dal Lazio di Zingaretti alla Puglia di Emiliano, in tutte le «periferie» del Pd covano malumori e scontenti contro il Nazareno, accentuati dalla gestione delle liste elettorali.

Persino a Milano, già cuore pulsante dell'innovazione renziana, il clima interno non è buono (e i rapporti col sindaco Sala sono gelidi da tempo).

E trascinarsi dietro il partito in una nuova conta sulla leadership, stavolta, potrebbe rivelarsi assai più complicato che dopo la sconfitta nel referendum.

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