Dal 2019 - primo governo di Giuseppe Conte - i magistrati sarebbero stati spiati da remoto attraverso un software inoculato nei loro pc dai tecnici del ministero della Giustizia, all'insaputa (naturalmente...) dell'allora ministro M5s Alfonso Bonafede. Una sorta di Grande fratello nato con M5s al potere, capace di scrutare nei segreti delle Procure, quello scoperto da Report grazie a un magistrato piemontese che l'avrebbe denunciato. Tanto basta per scatenare l'ennesima tempesta sul governo di Giorgia Meloni e sul Guardasigilli Carlo Nordio, che accusa Sigfrido Ranucci di aver imbastito "accuse surreali". "Anziché chiedere a Conte o al suo Guardasigilli, il campo largo se la prende con Nordio per fatti avvenuti tre anni prima del suo insediamento. È la misura della credibilità dell'opposizione", sentenzia su X Enrico Costa, vicepresidente Fi in commissione Giustizia.
Ieri in tarda mattinata la solita anticipazione su Report sui social scuote il Parlamento: "Un software Microsoft è stato usato per spiare i magistrati a loro insaputa, senza lasciare traccia". Lo conferma ai microfoni della trasmissione di Raitre Aldo Tirone, giudice del Tribunale di Alessandria (distretto dove il capo dell'Anm Cesare Parodi guida la Procura), secondo cui il software Ecm installato su tutti i pc dell'amministrazione della giustizia "permette di videosorvegliare i magistrati". L'anticipazione è una bomba: "L'ho saputo da una confidenza di un informatico, ho fatto una prova con un altro tecnico di un ufficio giudiziario diverso su un file aperto che era in grado di leggere senza alcuna autorizzazione o alcun alert". L'inchiesta aperta nel 2024 sarebbe stata "insabbiata" su pressione di Palazzo Chigi che la trasmissione dice di essere in grado di documentare. Secondo Ranucci di default questa facoltà è disattivata "ma qualsiasi tecnico con permesso di amministratore può attivarlo all'insaputa dei magistrati, senza lasciare traccia".
Il numero due Anm Rocco Maruotti chiede "risposte immediate", l'opposizione invoca Giorgia Meloni affinché riferisca in aula: "L'Italia sta diventando sempre di più un paese di spiati e di spioni", tuona Beppe De Cristofaro (Avs), di "impressionante allarme" e di "scandalo di proporzioni inimmaginabili" parlano i grillini mentre per l'eurodeputato Pd Sandro Ruotolo "è un Watergate italiano".
Il Guardasigilli non ci sta, protesta in aula con l'opposizione e accusa: "Il sistema di gestione e sicurezza dei pc già in funzione dal 2019 non consente sorveglianza, non legge contenuti, non registra tasti o schermo, non attiva microfoni o webcam. Le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate né potrebbe avvenire a loro insaputa". Nordio accusa Ranucci di usare i social "per suscitare allarme e orientare maldestramente l'opinione pubblica", mentre il capogruppo di Forza Italia in Vigilanza Rai denuncia l'ennesima comparsata in trasmissione del commercialista Giangaetano Bellavia, al centro dell'enorme esfiltrazione di dati giudiziari "sensibili" mai denunciata al Garante della Privacy.
Che il sistema giustizia fosse ampiamente permeabile a un hacker esperto lo abbiamo capito quando è scoppiato lo scandalo degli accessi abusivi di Carmelo Miano nella rete giustizia, nelle pec delle procure e nelle email di tutti i magistrati d'Italia, il cui processo è in corso. Il suo difensore Gioacchino Genchi dichiarò alla stampa che la rete informatica del ministero della Giustizia "era definibile con il nome di un noto accessorio da cucina chiamato colabrodo".
Persino Nicola Gratteri, punta di diamante del No al referendum, al Giornale ammise di non usare mai la posta del ministero né alcuna apparecchiatura dello Stato per l'alto rischio che fosse permeabile. Sempre al Giornale risulta aperta un'indagine simile a Roma - accessi abusivi mascherati da manutenzione - su un'altra infrastruttura pubblica.