La Repubblica dei virologi zavorra il governo Draghi

Esecutivo ostaggio delle troppe dichiarazioni allarmistiche sui media di scienziati controversi

La Repubblica dei virologi zavorra il governo Draghi

Non è in maggioranza, anzi rischia di destabilizzarla. Il partito dei virologi - e per extension quello dei tecnici - è agguerrito e lancia proclami dagli schermi. Walter Ricciardi, superconsulente del ministro della Salute, va in tv ed evoca il lockdown suscitando sgomento e reazioni rabbiose. Fibrillazioni e crepe nella compagine di governo che ha appena giurato e si trova già in difficoltà. Una volta, anzi due, perché il Cts e il ministro Roberto Speranza entrano nel week end a gamba tesa e fanno deragliare l'esecutivo sulla neve della stagione sciistica.

Draghi ha compiuto un mezzo miracolo mettendo insieme Zingaretti e Salvini, Berlusconi e Di Maio, ma forse nel suo stile sobrio, anzi quasi monacale, non ha calcolato i «senatori» che non stanno nel Gruppo misto ma sui principali canali: parlano, pontificano, rassicurano e spaventano, anzi il più delle volte fanno i grilli parlanti, ma insomma dettano l'agenda al premier che deve ancora raggiungere la velocità di crociera. E, dettaglio non proprio marginale, non ha ancora conquistato la fiducia in Parlamento.

I volti nuovi del governo sono esperti di prima grandezza, ma sono partiti spingendo sul pedale della discrezione. I Cingolani, i Colao, i Franco sono per ora marziani sconosciuti all'opinione pubblica che invece da quasi un anno conosce i Ricciardi, i Pregliasco, i Bassetti, le Capua, i Crisanti e i Galli, impegnati in un carosello di apparizioni mediatiche senza fine. Ci siamo rivolti a loro per navigare nel buio della pandemia, ci siamo aggrappati ai loro pareri e a tutta la catena dei professori che riempiono le caselle delle task force impegnate nella guerra al nemico. Col tempo, non molto, abbiamo capito che i virologi - vocabolo che semplifica specialisti di varie discipline - non distribuiscono sicurezze, ma inquietudine, anche perché si dividono fra aperturisti e catastrofisti, pro e anti lockdown, battitori liberi e supporter del governo Conte.

E proprio questo è il punto: forse avevano il passo giusto quando i confini dell'alleanza Pd-5 Stelle erano chiari e delimitati; adesso sono più i parlamentari con Draghi che quelli contro e loro, le vestali del sapere, possono provocare scintille e tensioni in un attimo. Sono il vecchio che stride con l'inedito, anche se non necessariamente il primo è peggio del secondo. Ricciardi offre il suo parere tranchant a Speranza che però non lo gira più a Giuseppi ma al taciturno ex numero uno della Bce. Meccanismi collaudati si inceppano.

L'opinione pubblica che sperava di svoltare si ritrova prigioniera di logiche improvvisamente antiquate. È un po' l'evangelica questione del vino nuovo in otri polverosi. In contemporanea, o quasi, il Comitato tecnico scientifico, che è un organo istituzionale ma sulla carta neutro, impone una sterzata violenta all'esecutivo in pieno rodaggio e fa richiudere gli impianti sul punto di aprire. Salvini se la prende con Agostino Miozzo, frontman del Cts, e con il solito Ricciardi, ricordandogli la grammatica della responsabilità: «Prima di terrorizzare tutti, parli con Draghi». Il bersaglio non si sposta, anzi insiste («lockdown mirati e immediati»), replicando: «Se posso essere utile con i miei consigli, lo faccio a livello internazionale e lo faccio anche in Italia, altrimenti mi faccio da parte».

Insomma, se due settimane fa la tenuta di Palazzo Chigi era appesa ai Ciampolillo e ai costruttori, ora le convulsioni arrivano dal gabinetto scientifico che, fra un'intervista, un parere e un talk, sembra a tratti commissariare un Palazzo in perenne emergenza e incerto sul da farsi.

Solo che tutto questo apparato, con personalità di indiscusso valore ma anche con inevitabili vanità e cadute di stampo circense, segue la metrica di una stagione chiusa con il passaggio della campanella sabato scorso fra Conte e Draghi. Ma il metronomo non è più quello di prima. Gli equilibri possono saltare, i partner di un esecutivo fin troppo ecumenico si scrutano con diffidenza, soprattutto gli italiani s'incupiscono: temono che il calendario si sia fermato: siamo già con Draghi ma ancora con i rituali del modello Conte. Prigionieri degli stessi orizzonti, degli stessi dubbi, delle stesse contorsioni. Forse ci attendiamo troppo dal Draghi 1, l'epidemia non e affatto finita, la terza ondata incombe, le varianti si attorcigliano sulle nostre speranze come serpenti velenosi, i vaccini zoppicano, fra accuse alle multinazionali e solenni dichiarazioni europee.

Però siamo sempre impigliati nella nomenklatura della prima ora: Speranza, i suoi consiglieri, il supercommissario Arcuri, dotato del dono dell'ubiquità come e più di Padre Pio.

Singolare contrappasso di un periodo senza precedenti: i medici che dovevano prendere per mano Palazzo Chigi ora lo tirano di qua e di là. Sostanza & comunicazione, in un battesimo increspato. Intanto la fabbrica delle ricette, delle previsioni e delle strategie continua a sfornare aggiornamenti. Con il rischio di appiccare il fuoco che l'arrivo di Draghi aveva appena spento.

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