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La resa di Viktor dopo 16 anni. "Servo il Paese"

Perse le città, resta il progetto. Fidesz imposta l'opposizione

La resa di Viktor dopo 16 anni. "Servo il Paese"
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Dopo 16 anni di governo l'era Orbán è giunta al termine. "Servo il Paese" ha dichiarato il premier uscente. "La pace e la sicurezza dell'Ungheria possono dipendere dal voto di oggi. Dobbiamo difendere l'Ungheria. Nessun patriota dovrebbe rimanere a casa" aveva detto nelle ultime ore di campagna elettorale il leader di Fidesz provando un'ultima mobilitazione del suo elettorato e riponendo fiducia nella crescita di affluenza che non ha però giocato in suo favore.

Per Orbán queste urne rappresentavano uno spartiacque decisivo, personale e politico, dopo i 16 anni al governo di Fidesz. La vittoria di Magyar è legata al raggiungimento della maggioranza dei due terzi dei seggi poiché tutti i principali gangli dello Stato sono ad oggi occupati dai fedelissimi del premier magiaro e, per essere rimossi, necessitano di un processo di spoil system complesso e soggetto facilmente a veti incrociati. Non a caso anche il presidente della Repubblica Tamas Sulyok è stato scelto in quota Fidesz.

Nonostante la sconfitta, non bisogna infatti dimenticare che Orbán può contare su una vasta rete non solo nella struttura statale ma anche nel mondo imprenditoriale, oltre a think tank e fondazioni che ha costruito in questi anni di governo. Le fondazioni vicine a Orbán possono infatti contare su risorse, strutture e finanziamenti privati che dovrebbero garantirle una continuità operativa anche con Fidesz all'opposizione. Quanto accaduto in Polonia dopo la sconfitta del Pis e la vittoria di Tusk nel 2023 è stato un esempio citato dagli ambienti ungheresi a lungo per evitare si ripetesse una situazione analoga con la perdita di peso del mondo sovranista.

Proprio per questo, anche in caso di sconfitta elettorale, Orbán ha creato una rete internazionale che dovrebbe continuare a operare anche nei prossimi anni per cercare di non disperdere il suo progetto politico/culturale. La sconfitta di Orbán rappresenta però senza dubbio un colpo per l'internazionale sovrasta che si trova privata del governo di una delle sue principali voci.

Fidesz, che dopo il risultato di ieri dovrà avviare una fase di riflessione interna, rimane però una forza radicata in varie aree del paese, in particolare in quelle più rurali. Come avvenuto anche in Europa occidentale sconta però la difficoltà ad imporsi nelle città a cominciare dalla capitale Budapest dove il partito di Magyar ha ottenuto un consenso schiacciante. È indubbio che il risultato ungherese rappresenta anche un segnale a Stati Uniti e Russia. Se da un lato Trump perde il suo principale sostenitore in Europa, dall'altro lato la Russia vede cadere la figura che si è opposta a gran parte delle decisioni europee sulla guerra in Ucraina attraverso lo strumento del diritto di veto.

I suoi sostenitori ricordano inoltre il precedente del 2002 quando venne sconfitto dopo quattro anni di governo per poi tornare al potere fino ad oggi.

Molti di loro auspicano che, quanto avvenuto ieri, possa ripetersi tra quattro anni con una sua nuova discesa in campo anche se non è questo il momento per parlarne perché oggi inizia l'era Magyar. Non manca poi chi, con una punta di malizia, sottolinea un aspetto: "Abbiamo scoperto che l'Ungheria è una democrazia e non una dittatura come scrivevano gli oppositori di Orbán".

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