La Resistenza passiva di chi tifa per la libertà ma inneggia al lockdown

I partigiani sacrificarono la propria vita, la sinistra di oggi cavalca la paura di morire

La Resistenza passiva di chi tifa per la libertà ma inneggia al lockdown

Dal «fiore del partigiano morto per la libertà» ai partigiani di qualunque insensato divieto per paura di morire. La contraddizione insita nella seconda festa della Liberazione dell'epoca Covid è scivolata via pigramente, schiacciata come tutti dalla pandemic fatigue. L'impossibilità di manifestare in piazza ha attenuato le stanche e rituali polemiche del passato, ma un nuovo fronte di divisione si è insinuato. Si può festeggiare la Liberazione mentre c'è il coprifuoco, misura da legge marziale? Contrasto stridente scivolato via nell'indifferenza. Forse perché proprio chi si è impossessato del copyright della Liberazione, oggi è il primo entusiasta supporter di divieti e restrizioni. Salvo poi assembrarsi, come ha fatto notare sui social Matteo Salvini, per un corteo a Bologna.

Il primo 25 aprile di pandemia l'avevamo vissuto in un lockdown ancora più stretto, ma era ancora l'epoca in cui ci raccontavamo che sarebbe stato un sacrificio a tempo e che la vera guerra di liberazione la combatteva chi rispettava le regole di distanziamento sociale. Nel frattempo abbiamo scoperto che era tutto più complicato di così e ci siamo ritrovati circondati da norme illiberali e spesso controverse, prive di una sicura base scientifica. Il coprifuoco, le autocertificazioni, l'obbligo di portare la mascherina anche da soli all'aperto, gli applausi dai balconi ai droni che danno la caccia ai runner.

Il ministro della Salute Roberto Speranza, che milita in un partito con la parola «Liberi» nel nome, è diventato l'uomo simbolo dei divieti a oltranza, il pasdaran di un irrealistico rischio zero. Il coprifuoco, ha detto il ministro, «è una scelta che abbiamo fatto con spirito di prudenza e cautela». Dunque libertà basilari si possono eliminare per mesi e mesi per semplice prudenza. «Gli italiani non furono tutti brava gente» e «non scegliere è immorale», ha detto ieri Draghi. Al liberale non resta che sperare che in queste parole commemorative sia insita una difesa della sua scelta di un «rischio ragionato» che restituisce sprazzi di libertà.

Il buon progressista invece, è oggi chi ha digerito in silenzio la nascita di un primato del diritto alla salute privo di base giuridica. Solo il bilanciamento dei diritti fondamentali garantisce libertà. La Costituzione infatti, pur ammettendo restrizioni per salvaguardare la salute, le sottopone a precisi modi e confini.

Oggi, principio di precauzione e rischio zero sono la base del pensiero oppressivo di chi dà del negazionista non agli svitati che «il Covid non esiste», ma anche a chi dubita dell'effetto salvifico di un'ora di coprifuoco. Non è un caso che a uscire per primi dalla pandemia siano i Paesi anglosassoni, i più lontani da questa mentalità zelota.

Lo scarso amore per la libertà non è certo esclusiva dei progressisti ovviamente. Ma è vero che negli ultimi anni questo fronte ha abbracciato acriticamente tante battaglie caratterizzate da uno spirito repressivo, censorio. Sacrosanta la lotta alle discriminazioni, ma davvero il miglior modo di combatterla è un'aggravante legata alle opinioni? Raddrizzare un fenomeno sociale con più carcere dunque ora è di sinistra. E la cancel culture, cioè nascondere le idee «sbagliate» e perseguire chi le esprime, è la punta più avanzata del pensiero liberal. Che tristezza.

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