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Retromarcia in Senato sulle spese di difesa. La maggioranza riscrive la mozione

Nel testo il "no" al 5% dei costi Nato. Poi l'intervento di Meloni e Crosetto

Retromarcia in Senato sulle spese di difesa. La maggioranza riscrive la mozione
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Un vero e proprio testacoda parlamentare. Con una mozione di maggioranza riscritta ancor prima di entrare nell'aula del Senato, le opposizioni sulle barricate e il centrodestra che rimedia una figuraccia su un tema politicamente sensibile come le spese militari. Ma andiamo con ordine.

Dopo che domenica scorsa Giorgia Meloni ha scritto una lettera a Ursula von der Leyen per chiedere che la stessa flessibilità di bilancio garantita agli investimenti per la difesa sia consentita anche per l'energia, ieri a Palazzo Madama la maggioranza era pronta a votare una mozione sull'energia che al paragrafo otto chiedeva di rimodulare l'impegno di aumentare fino al 5% del Pil entro il 2035 le spese dedicate alle spese di difesa, un vincolo sottoscritto al vertice Nato che si è tenuto a L'Aja lo scorso giugno. Una decisione, si legge nella mozione, motivata dalla "situazione economica" e delle nuove "priorità nazionali" legate alla guerra in Medio-Oriente. Ma anche un clamoroso passo indietro rispetto a un'intesa voluta dalla stessa Meloni e su cui Donald Trump difficilmente accetterebbe un arretramento. Peraltro proprio alla vigilia del prossimo vertice Nato in programma ad Ankara il 7 e 8 luglio.

Eppure la mozione viene depositata in Senato e porta la firma dei capigruppo di maggioranza Lucio Malan (Fdi), Stefania Craxi (Forza Italia), Massimiliano Romeo (Lega) e Michaela Biancofiore (Noi Moderati). L'opposizione va all'attacco, la notizia rimbalza immediatamente sui siti di Fatto quotidiano e Messaggero, e Palazzo Chigi e ministero della Difesa, non informati dell'iniziativa parlamentare, corrono ai ripari. Su richiesta di Meloni e Guido Crosetto, l'intero paragrafo otto - nel quale si definiva il target del 5% un impegno non realistico alla luce della situazione economica attuale - viene cassato. E la mozione viene approvata dal Senato così riformulata. Insomma, una doppia retromarcia. Che lascia l'impressione di una maggioranza piuttosto in confusione, come dimostra anche la successiva mozione sull'agricoltura approvata solo dopo numerose riformulazioni.

Il punto, però, è capire di chi sia stata la manina che ha inserito in una mozione così delicata quella che sarebbe stata inevitabilmente una sconfessione degli impegni presi neanche un anno fa in ambito Nato. Tra Fdi, Forza Italia e Lega, ovviamente, il gioco è a rimpallarsi la responsabilità. Il dito, inevitabilmente, è puntato contro il Carroccio, notoriamente contrario all'aumento delle spese di difesa. La prima formulazione del testo, peraltro, sarebbe stata redatta dagli uffici di Forza Italia e Lega, con Fdi che evidentemente avrebbe dato un via libera troppo frettoloso e senza leggere il testo. Dal partito di Matteo Salvini, però, si rimanda l'accusa al mittente. "Noi abbiamo limato alcuni punti, ma la mozione è partita da Forza Italia e c'erano già queste cose", spiega Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega in Senato. "Si trattava di una mozione centrata sull'energia, pertanto - dice l'azzurro Maurizio Gasparri - la connessione tra energia e difesa c'è, nel senso che l'ha posta anche la premier con la lettera a von der Leyen". Anche per questo, aggiunge il presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato, si è deciso di non anticipare i tempi e rinviare il tema a quando ci sarà una risposta europea. La linea, insomma, è minimizzare. Anche se la tensione nella maggioranza non sarebbe affatto sopita, tanto che in molti interpretano le numerose riformulazioni volute dal ministero degli Esteri alla successiva mozione sull'agricoltura (questa scritta dagli uffici della Lega) come una sorta di vendetta.

L'opposizione, inevitabilmente, punta

il dito contro la maggioranza. "Il governo è a pezzi, ha perso la bussola e anche la pur minima credibilità", attacca il leader del M5s Giuseppe Conte. E pure la segretaria del Pd Elly Schlein parla di "esecutivo allo sbando".

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