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La "riabilitazione" di Bibi: vendetta dopo il 7 ottobre

Netanyahu: "Il regime minaccia esistenziale, iraniani andate in piazza e finite l'opera". L'opposizione con lui

La "riabilitazione" di Bibi: vendetta dopo il 7 ottobre
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È la battaglia della vita per Benjamin Netanyahu, lo scontro che definirà l'eredità politica del più longevo primo ministro della storia israeliana. Una missione esistenziale per Israele e un elisir di lunga carriera per il leader che ha superato ormai i 18 anni al potere. L'Iran è al tempo stesso incubo e salvezza per "Bibi", pronto a cogliere il momento storico per dare la spallata definitiva al regime degli ayatollah e cambiare il volto del Medioriente. Mai le condizioni sono state più favorevoli. Alla Casa Bianca siede il "miglior alleato di Israele", Donald Trump, e la crisi economica ha spinto milioni di iraniani, compresi i bazaari (i commercianti conservatori, storici alleati della dittatura sciita) a tornare in piazza all'inizio di quest'anno per rivendicare il pane e le rose, condizioni di vita dignitose e libertà.

"Come popolo che ama la vita, non abbiamo altra scelta che andare in battaglia", spiega il premier israeliano in un messaggio alla nazione subito dopo il lancio dell'Operazione "Leone ruggente" contro l'Iran. Bibi ricorda le "enormi risorse" investite da Teheran nello sviluppo di bombe nucleari e decine di migliaia di missili, ma soprattutto l'obiettivo principe della teocrazia islamista: "cancellare Israele dalla mappa". È contro questa "minaccia esistenziale" dal regime "terroristico" e "malvagio" dell'Iran, che "da 47 anni invoca la morte di Israele e dell'America" e "ha armato i terroristi a Gaza, in Libano, Siria, Irak, Yemen e Giudea e Samaria", che Israele ha lanciato l'attacco congiunto con gli Stati Uniti.

Da nazionalista di ferro, il premier non solo continua a denunciare lo spietato regime degli ayatollah, ma può rivendicare di aver iniziato a farlo negli anni '90, ben prima del suo avvento alla guida di Israele. Tutte le forze politiche sono con lui. "Non esiste una coalizione e un'opposizione, solo un popolo e un unico esercito che sosteniamo tutti", commenta Yair Lapid, fra i principali contendenti alle elezioni del prossimo ottobre. "Ci aspettano giorni difficili e dobbiamo unirci", gli fa eco Benny Gantz.

Il premier israeliano non ha avversari interni nella sfida all'Iran e si fa paladino dei valori occidentali, ricordando il "massacro di massa senza precedenti" degli iraniani scesi in piazza "semplicemente perché cercavano una vita libera e dignitosa". A loro si rivolge quando spiega: "Non siete nostri nemici e non siamo vostri nemici. Abbiamo un nemico comune: la cricca omicida degli ayatollah". Mentre il Mossad lancia un canale Telegram in lingua farsi e dice ai "fratelli e sorelle iraniani: non siete soli", Bibi promette: "Creeremo le condizioni che consentiranno al coraggioso popolo iraniano di liberarsi dal giogo di questo regime omicida". In un secondo messaggio, a sera, poco prima che funzionari israeliani confermino al Times of Israel la morte del leader della teocrazia, Ali Khamenei, Netanyahu invita gli iraniani a "insorgere", "a scendere presto in piazza per completare l'opera", spiegando che "l'aiuto è arrivato" e l'opportunità è "unica in una generazione". Agli israeliani nei bunker chiede "pazienza e forza interiore". "Ci saranno dei costi - avverte - forse anche ingenti", ma "il rischio di non agire è molto maggiore".

Sotto accusa per non aver prevenuto il massacro del 7 ottobre, tartassato dai guai giudiziari e dalle critiche per la guerra a Gaza, Netanyahu è convinto che la sfida vada ben oltre il calcolo elettorale. Se è indubbio che la guerra di giugno scorso lo ha fatto risalire nei sondaggi e che anche questa è un'occasione d'oro per la sua immagine, è altrettanto evidente che gli israeliani confidino in lui più che in chiunque altro nella sfida all'Iran. "Se non li fermiamo adesso - dice - diventeranno immuni alle nostre contromisure". Netanyahu è convinto che "non sia lontano il giorno in cui Israele e un Iran libero uniranno le forze per la sicurezza e la pace, per il progresso e la prosperità".

La guerra - diceva il generale prussiano Carl von Clausewitz - è la continuazione della politica con altri mezzi. Netanyahu vuole arrivare a elezioni con un risultato in grado di consegnarlo ai libri di storia come lo statista che ha cambiato il Medioriente, per cancellare l'ombra del leader controverso.

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