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"Riforma giusta, ho visto giudici che cedono ai voleri dei pm"

Il presidente della sezione penale della Cassazione, Giacomo Rocchi: "Va tutelata la terzietà del giudizio. Voterò per il sì"

"Riforma giusta, ho visto giudici che cedono ai voleri dei pm"
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Comincia con un ricordo: "Ho iniziato come pm alla Procura della pretura di Siracusa. Sa, allora, nel 1989, esisteva ancora la pretura. Ed ero convinto di poter cambiare il mondo".

E l'ha cambiato?

Giacomo Rocchi, presidente della prima sezione penale della Cassazione, quella che tratta gli omicidi e i fatti di sangue, sorride: "Forse sono cambiato io. Dopo qualche tempo scoprii che vicino a me aveva lavorato un giudice, Rosario Livatino, che era stato ucciso dai mafiosi. La sua figura mi ha colpito, quasi mi ha calamitato e ha indirizzato le mie riflessioni".

Che cosa in particolare?

"Lui predicava la discrezione, direi il silenzio del giudice chiamato ad una personale elaborazione - sono sue parole - dettata dalla meditazione del caso concreto".

Insomma, lei che era un pm ha scoperto le virtù del giudice?

"Sì, ho pensato che anch'io avrei voluto fare il giudice e raggiungere quella profondità di giudizio che non è influenzabile dagli interessi, dalle spinte, dalle sollecitazioni che fatalmente arrivano dalla società. Livatino era quasi invisibile, di lui rimangono solo due interventi pubblici, ma la sua autorevolezza mi ha segnato".

Oggi lei è Presidente della prima sezione penale della Cassazione.

"Sì, quel percorso che avevo immaginato si è realizzato nel tempo e parallelamente il giudice ha acquistato centralità anche nella riflessione degli studiosi e perfino nella Costituzione".

Si riferisce all'articolo 111 della Carta fondamentale?

"Certo, nel 1999 c'è un passaggio decisivo: l'articolo 111 viene riscritto e per la prima volta la parola giudice entra nella Costituzione dove prima non aveva posto".

È il giusto processo.

"Sì, si dice che ogni processo si svolge nel contraddittorio fra le parti, in condizione di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. Vede, l'articolo 111 introduce e sottolinea la vocazione del giudice. Ecco, mi pare che la riforma non stravolga la Costituzione, come dice l'Anm, ma semmai la completi, o comunque ne sia coerente espressione".

Lei voterà sì al referendum sulla separazione delle carriere?

"Sì, voterò sì. E ovviamente questo non vuol dire rinnegare il mio passato di pm, ci mancherebbe, ma vuol dire che questa riforma secondo me disegna un giudice che finalmente è e appare terzo e imparziale come è giusto che sia e come immaginava Livatino".

Ma in questo modo non verrà sminuito il ruolo del pm?

"No, questo è un pregiudizio che non trova assolutamente conferma nella realtà. Il pm non perde le garanzie di autonomia e indipendenza: basta dare un'occhiata all'articolo 104 della Costituzione. Anzi, ci sarà un Csm dei pm guidato dal presidente della Repubblica".

Il sorteggio per l'ingresso al Csm?

"Il modo migliore per fermare lo strapotere delle correnti. Il Csm dev'essere un organo di alta amministrazione, non un laboratorio politico".

La riforma non risolverà però i problemi della giustizia italiana. Sono altre le cause?

"Si, ma che c'entra? Questo è benaltrismo. Piuttosto, penso che il giudice, specialmente per la mia esperienza nei processi di mafia, sarà meno influenzabile e più rigoroso di prima. Mi è capitato, qui in Cassazione, di annullare con i miei colleghi sentenze di condanna e di annullarle senza rinvio ad un nuovo processo d'appello".

Come mai?

"Significa che c'erano condanne, condanne pesanti, e persone in carcere da anni, di fatto senza prove.

Abbiamo annullato perché contro queste persone c'era poco o nulla. E l'unica spiegazione plausibile per spiegare quel che non si spiega è che i giudici d'appello avevano ceduto alle suggestioni dell'accusa. Ora, sarà più facile dire no".

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