Giorgia Meloni ha ragione a sostenere nella lettera alla von der Leyen che l'uso delle clausole di salvaguardia per sforare i parametri Ue di bilancio, come è stato deciso per le spese della Difesa, sia opportuno per permettere ai Paesi europei, a cominciare dall'Italia, di affrontare la crisi energetica determinata dalla guerra in Iran. Anzi, un provvedimento del genere dovrebbe essere preso con tempestività per evitare che le follie di Trump determinino maggiori guai. Anche perché la crisi energetica è la conseguenza di una guerra.
Non è giusto, però, mettere la croce dell'assenza di una reattività europea sul problema solo sulle spalle del presidente della Commissione. Né tantomeno è azzeccato riaprire sull'argomento l'annosa polemica sull'Europa matrigna dalla quale bisogna - secondo le tesi dei sovranisti continentali - fuggire. Per affrontare contingenze simili che saranno sempre più frequenti visto che gli equilibri globali sono in piena evoluzione non c'è bisogno di meno Europa ma di più Europa. Non si tratta di una contraddizione e semmai lo fosse sarebbe solo apparente. La verità è che le attuali istituzioni europee sono arretrate rispetto al presente e non sono all'altezza dei nuovi compiti che la congiuntura drammatica gli assegna. Il presidente della Commissione e la Commissione stessa, infatti, da sempre sono organismi che puntano a trovare compromessi, per lo più a ribasso, tra i vari Paesi. Mediazioni in cui le nazioni maggiori fanno sempre la parte del leone. Svolgono per lo più una funzione burocratica, galleggiando tra le richieste dei governi. Non hanno nei fatti un potere politico proprio. Non hanno - al di là della retorica di cui si ammantano - una loro linea che sia una sintesi adeguata e originale ispirata all'interesse dell'Unione e che magari vada in collisione con la politica dei Paesi più forti: non per nulla spesso accontentano "i frugali" (che interpretano i desiderata tedeschi), più raramente "le cicale" mediterranee non per convinzione ma perché si adeguano a quelli che presuppongono siano i rapporti di forza.
E la ragione è semplice: sono organismi privi di una forte legittimazione. In fondo il presidente della Commissione viene indicato dai governi, a loro deve rispondere, e solo dopo viene eletto dal Parlamento europeo. Quindi, la prima fonte di legittimazione sono i capi di governo dei 27 Paesi: è il loro segretario, l'esecutore delle loro volontà che deve mediare in una posizione di subalternità. Cosa ben diversa sarebbe se la von der Leyen, ad esempio, avesse una legittimazione popolare, fosse eletta direttamente dai cittadini dell'Unione. A quel punto la bussola della sua politica sarebbe in primo luogo l'interesse generale europeo: potrebbe assumere decisioni tempestive e magari tentare una mediazione alta e non al ribasso. E si torna alla questione principale: la verità è che l'architettura istituzionale europea non è adeguata per affrontare le sfide del presente.
Un discorso che riguarda il superamento del diritto di veto dei singoli Paesi (questione su cui la Meloni dovrebbe riflettere) come il livello di legittimazione del presidente della Commissione. Con una consapevolezza dettata da questi tempi turbolenti: se non si va avanti nel processo di unificazione è fatale che il processo unitario subisca un'involuzione.