La riforma-truffa di Bonafede: più poteri al Csm. Avrà trenta consiglieri e controllerà tutte le Procure

Altro che discontinuità, la divisione in correnti viene rafforzata. Non potrà più entrare chi nei 5 anni precedenti sia stato parlamentare. E arrivano le "quote rosa".

La riforma-truffa di Bonafede: più poteri al Csm. Avrà trenta consiglieri e controllerà tutte le Procure

Ventiquattro articoli, un profluvio di commi e di rimandi a volte oscuri, e un risultato finale fin troppo chiaro: dare ancora più potere al Consiglio superiore della magistratura, l'organo di autogoverno dei giudici investito dallo scandalo che ruota intorno al suo ex membro Luca Palamara. Questa è la riforma che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha portato mercoledì scorso all'esame dei partiti della maggioranza, nel vertice convocato presso il ministero. Una riforma presentata come la risposta del governo allo scandalo del Csm, e che invece non interviene in nulla sul potere delle correnti. E dà al Consiglio superiore un potere cruciale: controllare di fatto la vita delle Procure della Repubblica.

Qualche dispiacere ai futuri consiglieri la bozza Bonafede lo dà sul piano salariale, dove all'articolo 20 viene introdotto un massimale (assai confortevole, peraltro) ai loro stipendi; e soprattutto sulle speranze di carriera, perché l'articolo successivo prevede che «prima che siano trascorsi quattro anni dal giorno in cui ha cessato di far parte del Consiglio superiore della magistratura, il magistrato non può proporre domanda per un ufficio direttivo o semidirettivo».

Ma a compensare ampiamente questa rinuncia c'è l'articolo 3, con cui la bozza regolamenta i rapporti tra il Consiglio superiore e le Procure della Repubblica. Di fatto, al Csm viene dato un potere di supervisione e di controllo sul funzionamento degli uffici che rappresentano la pubblica accusa sul territorio, compresi gli strumenti che garantiscono di fatto il controllo delle inchieste: «i criteri di assegnazione dei procedimenti e i «criteri di priorità nella trattazione degli affari». Di fatto, è la fine della piena autonomia concessa appena pochi anni fa ai capi delle Procure. Le loro scelte tornano sotto la tagliola del Csm.

È una scelta inattesa, anche perché di questo tema nei giorni scorsi non si era mai parlato, e compare senza preavviso nella bozza del ministro, destinandola così a essere più digeribile dall'Associazione nazionale magistrati. E anche nel resto del testo c'è ben poco che possa dispiacere al sindacato delle toghe.

Nulla, nonostante le promesse della vigilia, c'è a favore della separazione delle carriere: il comma che doveva limitare l'andirivieni tra il mestiere di pm e quello di giudice è sparito. Anzi, nel nuovo meccanismo elettorale del Csm, scompare la divisione tra le due categorie: finora i pm eleggevano i pm, i giudici eleggevano i giudici. Ora si parla solo di «magistrati», come a rafforzare il principio che accusa e sentenza facciano parte dello stesso lavoro.

Proprio sul sistema elettorale del Csm il ministro si era assai impegnato, promettendo di combattere le degenerazioni correntizie. Di concreto, in realtà, cambierà poco: a parte le «quote rosa» che la bozza introduce, prevedendo che se sulla scheda il votante metterà più di un nome non potranno essere dello stesso sesso. Per il resto, la novità è il voto a doppio turno: i magistrati voteranno in diciannove piccoli collegi più due centrali, massimo tre preferenze, se nessun candidato raggiunge il 50 si va al ballottaggio tra i primi due. Previsione ovvia: a designare il vincitore saranno gli accordi tra le correnti, che al ballottaggio faranno convergere i voti sul candidato più forte. Anzi, il sistema disegna una sorta di maggioritario che potrebbe dare il pieno controllo del Csm alle correnti dominanti.

Il Csm aumenta i suoi componenti, che passano da ventiquattro a trenta. Ma cambia anche il materiale umano che ne farà parte: il Parlamento non potrà più eleggere al Csm nessuno che sia o sia stato nei cinque anni precedenti deputato, senatore, consigliere regionale, sindaco: si indebolisce di fatto nel Csm la componente partitica, che in qualche modo finora bilanciava il potere dei consiglieri provenienti dalla magistratura. E che adesso avranno gioco facile nel misurarsi con avvocati digiuni di politica.

Su un punto Bonafede ha mantenuto le promesse: la legge dovrà «precludere il rientro nei ruoli organici della magistratura» a chi sia stato parlamentare, consigliere regionale, sindaco. Ma non resteranno disoccupati; andranno a lavorare al ministero, ovviamente «conservando il suo trattamento economico».

E le nomine dei capi, divenute al Csm un mercato di favori? La bozza parla di «principi di trasparenza e di valorizzazione del merito», ma introduce solo un meccanismo arzigogolato che porterà a privilegiare i più anziani. Cambierà qualcosa?

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