Rincari fino al 500%, chi specula sulla sanificazione

La pulizia imposta dai decreti, ma le regole non sono chiare. E ora c'è chi se ne approfitta

Per Paolo Perseu, ai fornelli di un ristorante da cinquantadue anni, cioè da quando ne aveva sedici, la parola «sanificazione» non è certo una novità. Il locale che gestisce a Roma insieme al fratello, l'Isola d'Oro, effettua una pulizia profonda ogni anno, quando chiude per ferie. Si vaporizzano dei prodotti disinfettanti, si lascia i locali sigillati per un po', e poi si riapre tranquilli. Costo all'incirca 1.200 euro per un grande locale capace di contenere 150 coperti. «In vista della riapertura -racconta ora amareggiato- ho chiamato per chiedere un preventivo, pensando alle nuove norme di sicurezza: ma mi hanno chiesto dai 5 ai 6.000 euro. Ed Un rincaro del 500 per cento. Per fortuna non tutte le imprese sono così spregiudicate, ma è chiaro che l'occasione è ghiotta.

Il Dpcm del 10 aprile che ha dato il via alla riapertura per le librerie, ha fornito un assaggio di quel che attende i commercianti: si raccomanda una generale sanificazione dei luoghi di lavoro e agli esercizi commerciali si impone la «garanzia di pulizia e igiene ambientale con frequenza almeno due volte giorno». Ma in tempi di Covid, tra i commercianti la previsione di due diverse fattispecie di intervento ha creato grande confusione intorno ai concetti di sanificazione e di pulizia. Tutti vorrebbero sapere con precisione quali sono le attività da svolgere per mantenere al sicuro se stessi, i dipendenti e i clienti, ed evitare la beffa di eventuali sanzioni. Il riflesso di questa ansia collettiva è svelato dalle tendenze di Google: le ricerche della parola «sanificazione» nell'ultima settimana di marzo sono aumentate del 2.500 per cento.

Alle aziende del settore piovono richieste e si diffonde anche il timore di non trovare imprese specializzate disponibili a causa delle troppe prenotazioni. C'è anche chi si sta riconvertendo per cavalcare l'onda e qualcuno ne approfitta per speculare o per proporre trattamenti costosi o «alla moda», come la vaporizzazione con l'ozono, a colpi da 1.800-2.000 euro. «Noi ci siamo organizzati -dice Edoardo Scioscia, amministratore delegato del Libraccio, la più grande catena indipendente di librerie, con 472 addetti e 49 negozi- abbiamo contrattato prezzi onesti per la sanificazione, 625 euro per i 1.200 metri quadri del nostro grande negozio di Roma. Ma bisogna stare attenti ai prodotti che si usano: se ad esempio vaporizzassimo cloro poi dovremmo buttare via i libri». Ma per i «piccoli» è tutto più difficile: «Mancano indicazioni puntuali -lamenta un libraio della provincia di Padova- come mancavano all'inizio indicazioni sulla possibilità di consegnare libri a domicilio e l'effetto paura ci ha impedito di lavorare per giorni».

«Il problema -dice la proprietaria di una gioielleria in provincia di Latina- è che oltre alla pulizia ci saranno tante altre spese: dalle mascherine, che non si trovano, ai guanti usa e getta ai distributori di gel disinfettante. Che immagino dovranno essere automatici, per evitare il contatto: per un apparecchio di questo tipo chiedono 200 euro». A complicare il tutto ci si mette anche l'ormai consueta frammentazione delle indicazioni. «Il decreto -spiega Paolo Ambrosini, presidente dell'Associazione librai italiani- prevede di mantenere nei negozi la distanza di sicurezza di un metro. La Lombardia si è adeguata, la Toscana ha deciso per un metro e 80 e il Veneto ha rilanciato a due metri: possibile che il virus cambi caratteristiche passando i confini regionali?». Insomma il solito caos. In cui le associazioni di categoria provano a fare ordine. «Il rischio di speculazioni sulla pelle delle nostre aziende va evitato -dice Carlo Massoletti, vice presidente di Confcommercio Lombardia- stiamo preparando linee guida per i nostri associati e ad esempio per la pulizia delle superfici di lavoro prevista due volte al giorno dalla legge consigliamo alcol e ipoclorito di sodio. A molti sarà possibile fare da sé, usando soluzioni di buon senso».

Il problema è che i negozianti sono già provati economicamente dalla lunga chiusura e vedono davanti a loro un lungo periodo di attività a rilento, con la possibilità di far entrare solo pochi clienti per volta e lo spettro di doversi indebitare per pagare dipendenti e tasse rinviate solo solo di qualche mese. Per i prodotti di pulizia c'è un credito di imposta del 50 per cento a gravare su un fondo che al momento dispone di 50 milioni di euro. Per bar e ristoranti sarà dura: «Credo che dovremmo ridurre al massimo a 60 coperti -dice Perseu- e con la paura che c'è chissà quanto ci vorrà prima di riprendere a lavorare. Io ho con me undici persone, tutte in regola, tutte al lavoro con noi da almeno vent'anni. Al cuoco sono appena nate due gemelline: come glielo dico se sarò costretto a far lavorare le persone a turno?».

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