La rivolta delle partite Iva "Lo spesometro ci penalizza"

Il decreto fiscale obbliga all'invio trimestrale dei dati Iva I commercialisti: «Un aggravio di adempimenti e costi»

La rivolta delle partite Iva  "Lo spesometro ci penalizza"

C' è chi prudentemente parla di un aggravio in termini di adempimenti. Altri invece vedono dietro il decreto fiscale del governo un aumento, di fatto, delle tasse, mascherato da recupero dell'evasione. Persino Confindustria si è schierata contro l'esecutivo chiedendo modifiche alla legge che abolisce Equitalia. Provvedimento contestatissimo, tanto che sono già stati presentati 1.043 emendamenti per cambiarlo.

La norma più criticata del decreto fiscale (già in vigore, collegato alla manovra alla quale garantisce coperture per 13 miliardi) è il pagamento trimestrale dell'Iva. È un'evoluzione del vecchio spesometro introdotto nel 2010 e poi modificato nel 2012 per farne uno strumento anti evasione Iva. L'ultima modifica varata dal governo Renzi entrerà in vigore il primo gennaio. Come le versioni precedenti prevede l'obbligo di comunicare le operazioni rilevanti ai fini Iva superiori a 3.600 euro. Come il vecchio elenco clienti fornitori. Ma il nuovo spesometro prevede che ogni tre mesi le partite Iva comunichino telematicamente e «analiticamente», le fatture per singolo clienti o fornitore. Una a una, tutte le fatture andranno trascritte nel modello informatico dell'Agenzia delle entrate e questo ogni tre mesi, come minimo.

Tutto questo quando dalle organizzazioni internazionali come il Fmi e l'Ocse - lamenta il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti Gerardo Longobardi - sono arrivate indicazioni a semplificare la vita dei contribuenti, proprio adottando strumenti che privilegino dati aggregati. L'idea di semplificazione del governo, invece, consiste nell'obbligare le partite Iva a dare ogni tre mesi il dettaglio delle fatture in entrata e uscita. Con sanzioni pesantissime in caso di errori.

L'obiettivo è chiarissimo e lo ha spiegato il direttore dell'Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi che nella sua ultima audizione parlamentare ha denunciato l'alto livello di evasione da Iva, «passata da un valore di circa 6,9 miliardi di euro del periodo d'imposta 2010 a un valore stimato di oltre 8 miliardi» nel 2014. Questo, ha spiegato, «fa chiaramente comprendere come l'acquisizione dei dati fattura e Iva» in anticipo rispetto alle scadenze annuali, «rappresenti uno strumento essenziale».

La tesi di Orlandi e del governo è che i contribuenti non saranno penalizzati più di tanto. «Una dichiarazione sinceramente irrispettosa del lavoro di chi, come i commercialisti, è vittima di un fisco ancor ben lungi dall'essere semplificato», ha attaccato Longobardi. Il risultato sarà «una moltiplicazione inutile di adempimenti». Sulla stessa linea Confindustria. Il direttore generale Marcella Panucci, ha sottolineato come la comunicazione trimestrale comporti «un aggravio di costi significativo per le imprese, che non sarà certamente compensato da un credito di imposta di 100 euro». Senza contare che delle semplificazioni promesse dal governo, non c'è traccia. In sostanza, dietro allo slogan dell'eliminazione di Equitalia, c'è una realtà fatta di un fisco ancora più penalizzante.

Più drastico l'ex sottosegretario all'Economia Gianfranco Polillo che da Formiche.net ha segnalato come la stretta su Iva e Irpef comporterà maggiori entrate per lo stato «per 10,4 miliardi, più 2,7 miliardi della sanatoria, per un totale di circa 13 miliardi». A fronte di un risparmio per il contribuente che sulla rottamazione delle cartelle esattoriali che si fermerà a 1,1 miliardi. Niente che assomigli a una riduzione delle tasse.

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