Elezioni politiche 2022

La rivoluzione del Nordest: il "partito del Pil" lascia la Lega e abbraccia Fdi

Ma chi si sarebbe mai immaginato, fino a un anno fa, che il "partito del Pil" avrebbe votato in massa per Giorgia Meloni?

La rivoluzione del Nordest: il "partito del Pil" lascia la Lega e abbraccia Fdi

Ma chi si sarebbe mai immaginato, fino a un anno fa, che il «partito del Pil» avrebbe votato in massa per Giorgia Meloni? Se qualcuno, soprattutto a nord est, lo avesse teorizzato, sarebbe stato facilmente sospettato di abuso di sgnapa. Cosa c'era di culturalmente più lontano dei Fratelli d'Italia rispetto agli imprenditori veneti, friulani o lombardi? I primi hanno sempre trovato ben poca cittadinanza sull'asse dell'A4, considerati gli eredi di Alleanza Nazionale, partito statalista, quello dei dipendenti pubblici romani. Il partito dell'Alitalia, insomma. Mentre i secondi, nel tempo, avevano piantato solide radici nella Lega (che non a caso era la Lega Nord), che li governava a livello locale più come cittadini bavaresi che italiani, e con il primo Berlusconi di Forza Italia, affascinati dalla forza dell'imprenditore e dalla sua rivoluzione liberale. Eppure il tanto corteggiato partito del Pil, quello che tiene l'Italia nella carreggiata delle grandi potenze industriali facendone la seconda manifattura europea dietro la Germania e garantendole da lustri un surplus di bilancia commerciale, a questo giro elettorale ha voltato la schiena alla Lega per traslocare armi e bagagli dai Fratelli d'Italia. Alla Camera, nei collegi Veneto 1 e 2, FdI è passato rispettivamente dal 3,7 e dal 4,5%, al 32 e al 32,4%. In totale, Giorgia Meloni ha guadagnato 700mila veneti in più rispetto al 2018 (da 120 a 820mila). Speculare e contrario il collasso della Lega: dal 32 e 32,4% raggiunti nei due collegi veneti quattro anni fa, il partito di un governatore amato come Luca Zaia ha perduto 555mila voti fermandosi al 14,4 e al 16,2%: da avere quasi 10 volte le preferenze della Meloni è passato a registrarne la metà. La spiegazione di un flusso di questa portata, numerica e culturale, non può solo essere quella del prezzo politico pagato dalla Lega di governo: al partito del Pil, in fin dei conti, l'esecutivo Draghi andava bene. «Il punto - dice Marco Bonometti, industriale già al vertice di Confidustria Lombardia - è che la Lega non è stata più in linea con le aziende e con il malcontento montato in questi ultimi anni». Un riferimento che va più al governo Conte 1 che non a Draghi, quello del reddito di cittadinanza e delle pensioni, con la quota 100 voluta proprio da Salvini. E quel «malcontento», montato a dismisura insieme con le bollette dell'energia, si è infine indirizzato sul nuovo che avanza, come spesso accade. E poco importa se i Fratelli d'Italia, nel lombardo-veneto, sono quasi marziani: ora tocca a loro. Il punto da cui ripartire è quindi, adesso, quello di tornare a offrire al partito del Pil una rappresentanza politica competente e coerente con la missione di questi territori, che è quella di tenere le filiere della nostra manifattura all'interno di quello che qualcuno definisce il triangolo renano, con Francia e Germania. Al partito del Pil, in fin dei conti, interessa che il nuovo governo inizi subito a lavorare e che si dimostri compatto. In questa logica, la coalizione di centro destra dovrà offrire le dovute garanzie rispetto alle derive populiste e il ruolo decisivo lo potrà svolgere solo Forza Italia. Non a caso, nelle regioni del Nord non c'è stato lo sfondamento del partito di Calenda e dell'industria 4.0, che alla fine ha raccolto più applausi a Cernobbio e alla Confindustria di Vicenza che voti nelle urne. Mentre è balzata all'occhio la tenuta di Forza Italia. Un'affermazione che avvalora, nella coalizione, quell'azione di garanzia che è un bisogno vitale per il partito del Pil. Senza la quale i nuovi vincitori faranno un'enorme fatica a legittimare il loro successo nelle regioni di Nord.

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