Salvini e Di Maio in difficoltà: tregua finita tra i gialloverdi

I vicepremier cercano di rianimare il proprio elettorato e già si buttano nella campagna elettorale per le Europee

Salvini e Di Maio  in difficoltà: tregua finita tra i gialloverdi

E improvvisamente rispuntano Bibì e Bobò. Dopo alcune settimane passate acquattati, fischiettando e facendo finta di occuparsi d'altro mentre il loro governo inanellava epocali figuracce sulla «manovra del popolo», Salvini e Di Maio rifanno capolino.

E tentano la complessa operazione di raddrizzare una barca alla deriva. La ex manovra del popolo è stata un disastro, comunicativo e sostanziale: dal pavoneggiamento grillino sul balcone alla fiducia nottetempo su un testo raffazzonato, scritto a matita mentre lo si votava e inzeppato di brutte sorprese e di mancette clientelari, sembra sia passato un secolo. Gigino e Matteo, abbassate le penne sullo sbandierato 2,4%, si sono nascosti e hanno mandato avanti Conte, Tria e compagnia a pietire un via libera dalla Ue. Sono spariti dalle conferenze stampa sulla manovra, dalle commissioni e dai banchi del governo in Parlamento.

Ora però devono cercare di porre rimedio agli ingenti danni di immagine subiti: persino i giornali governativi, come il Fatto Quotidiano, non riescono a trovare argomenti per difendere metodo e merito della manovra. Così Matteo Salvini tenta l'approccio realistico del «più di tanto non si poteva»: «Non siamo geni» (nessuno del resto aveva dubbi), «non sono Batman. Non sono Gesù Bambino. Non abbiamo fatto miracoli», ma «la manovra merita un 7»: appena sopra la sufficienza. Poi però si riprende dal «down»: «Ma questo è solo l'inizio del percorso», promette. «Sono contento di aver fatto le tre di notte per dare agli italiani dei fatti, lavoro vero. In sei mesi abbiamo fatto più noi che altri chiacchieroni in sei anni», si esalta. Infine l'apoteosi: «Finalmente ora c'è un governo con le palle», proclama. Poi prova a pompare i risultati: la finestra super-condizionata di tre mesi per quota 100 diventa «la legge Fornero smontata pezzo per pezzo». Il taglio alle pensioni più alte? «Balle, solo un piccolo contributo. E le altre non si toccano». E comunque è tutta colpa delle opposizioni: «Sentire dare lezioni di buona economia da chi ha portato l'Italia a questo disastro fa sorridere».

Le «palle» spuntano anche sulle labbra di Di Maio, stavolta però in senso negativo: «Stanno girando un po' troppe "palle" di Natale sulla manovra del popolo», esordisce con piglio virile. Il vicepremier grillino ieri è stato rispedito su Facebook dalla Casaleggio, con un nuovo foglietto preconfezionato: la solita lista della spesa, ma stavolta al posto dell'entusiastico «fatto!» (che aveva se non altro fatto ridere mezzo mondo) c'è la casella «vero/falso». Ovviamente nel magico mondo di Gigino tutte le cose belle (per i grillini), sono vere: dal «taglio delle pensioni d'oro» (contemporaneamente negato da Salvini) al «superamento della Fornero» al «taglio delle spese militari». Quelle brutte? False: aumento Iva? Macché. Riduzione degli investimenti? Ma figuriamoci. Riduzione della platea del reddito di cittadinanza? Giammai.

Certo la china da risalire è ripida, e le delusioni interne non aiutano i due vicepremier: l'allarme dei governatori leghisti del Nord, i musi lunghi di molti esponenti del Carroccio, il dissenso aperto di diversi grillini. Ma Salvini e Di Maio guardano alle prossime Europee e sanno di dover rianimare i rispettivi elettorati. Facendo dimenticare la trattativa con la Ue, rispolverando lo scontro con l'Europa e riaprendo la competizione interna. «Dire che abbiamo fatto la manovra per il papà di Di Maio mi sembra un po' eccessivo», dice perfido Salvini. Solo «un po'».

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