Salvini con rosario e Vangelo. Ma Maroni diserta la piazza

Il leader della Lega «giura» da premier in Duomo La promessa: «Con noi gli ultimi saranno i primi»

Salvini con rosario e Vangelo. Ma Maroni diserta la piazza

Milano - Quando Matteo Salvini ha visto che nel bel mezzo della tempesta Burian che flagella mezza Italia, a Milano il 24 febbraio splendeva un tiepido sole, e che due tv giapponesi, la Nhk e la Tbs, avevano inviato da Tokyo i suoi giornalisti apposta per partecipare al suo comizio in piazza Duomo, ha capito che le cose si sarebbero messe bene.

Quando poi gli hanno detto che i gruppi antagonisti che volevano rovinargli la festa non sarebbero mai arrivati in piazza, allora gli è spuntata l'aureola di «beato». Tanto che a un certo punto, don Matteo, citando la frase di un santo ben più famoso di lui («Gli ultimi saranno i primi», tratto dal Vangelo secondo Matteo che Salvini stringe in mano) è stato colto da una forma di misticismo e ha tirato fuori un rosario: «Me lo ha regalato un don, fatto da una donna che combatte in strada, e non lo mollo più». Poi pronuncia il suo «giuramento» da premier davanti ai suoi militanti, chiamati «50mila apostoli»: «Gli ultimi diventano primi: vuol dire passare dalle parole ai fatti, sporcarsi le mani, fare fatica ed essere onesti, che è passato di moda». Cita Benedetto Croce e insiste con la religione: «Se ciascuno di voi mette coraggio e cuore quest'anno la Pasqua sarà una festa di risurrezione e liberazione». E pertanto, «mi impegno e giuro di essere fedele al mio popolo, 60 milioni di italiani, di servirlo con onestà e coraggio, giuro di applicare davvero la Costituzione italiana, da molto ignorata, e giuro di farlo rispettando gli insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo. Io lo giuro, giurate insieme a me? Grazie, andiamo a governare». Non cita mai Berlusconi ma promette: «Ci vediamo giovedì sera, saremo insieme a Roma».

L'ingresso è stato altrettanto melodrammatico sulle note di Nessun dorma tratto dalla tragedia pucciniana Turandot: «Dilegua, o notte! Tramontate, stelle! Tramontate, stelle! All'alba vincerò!». Salvini gioca a fare Calaf, il principe ignoto, e punta ancora più in alto dicendo di volersi ispirare a Pertini («morì proprio oggi, il 24 febbraio, nel 1990») e citando Pasolini: «Mi chiedo se questo antifascismo rabbioso sfogato nelle piazze a fascismo finito, non sia un'arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso», riferendosi a quegli imbecilli dei centri sociali che hanno messo a ferro e fuoco le città. Parla con toni perentori, scandisce ogni singola parola, alza gli occhi verso la Madunina: «C'è il sole. Qualcuno là in alto ci sta dando una mano. La Madonnina vuole riportare serenità in Italia. Un Paese come il nostro, come diceva Benedetto Croce, non può che definirsi cristiano». Ride poco, baritoneggia equalizzando toni alti e bassi, infiamma la folla che alza gli stendardi più in alto delle guglie del Duomo, sventola le bandiere verdi, grida «Matteo, Matteo» e «chi non salta comunista è», suona i suoi pezzi migliori: sicurezza, immigrazione, tasse, legge Fornero e «Renzi-Boschi a casa».

«Renzi è caduto perché ha tradito e si è chiuso nel suo palazzo circondato dalla sua arroganza - incalza -. Da presidente del Consiglio, il mio ufficio sarà l'Italia, da Trento a Lampedusa. Porteremo al governo l'esperienza di dove governiamo già. Questa è l'enorme differenza con il Movimento 5 stelle: c'è chi chiacchiera e chi fa». Con la sola macchia nera che tra quelli che governano già, ovvero due, la metà non sono venuti. C'era il governatore del Veneto, Luca Zaia, ma mancava quello della Lombardia, Roberto Maroni (era atteso ma non si è presentato). Presente, invece, il candidato alle prossime Regionali Attilio Fontana. Non si è visto, ovviamente, nemmeno il fondatore della Lega, Umberto Bossi. Oltre a questi si aggirava tra la folla solo un invecchiato Mario Borghezio e un Gianni Alemanno, fuor d'acqua, «per testimoniare la convinta adesione del Movimento Nazionale per la Sovranità al progetto di Salvini premier». Ha fatto la sua smielata arringa Giulia Bongiorno, unica tra i candidati ad avere il privilegio di parlare. Beata lei.

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