Salvini si riprende la Lega: "Identitaria e sovranista"

Il segretario zittisce i critici ma scoppia il caso Maroni. Dubbio su "Bobo": sta con il Pd.

Salvini si riprende la Lega: "Identitaria e sovranista"

Matteo Salvini si è ripreso la Lega o, meglio, se l'è tenuta ben stretta. Dopo il Consiglio Federale che ha rinnovato la fiducia al suo segretario, confermando quella linea identitaria sovranista che dà una connotazione politica decisa al partito del Carroccio, ieri è stato il giorno delle prove di distensione. Il Capitano è uscito vincente da qualsiasi tentativo di affossamento da parte di chi gli ha criticato di essersi circondato di cattivi consiglieri, dimostrando che lo zoccolo duro della Lega ancora regge ed è con lui. Le polemiche sollevate dal suo vice, Giancarlo Giorgetti, con qualche frase infelice sui film western che sarebbe stata estrapolata dalle anticipazioni del libro di Bruno Vespa sembrano carta straccia del giorno dopo. Certo, i dissapori su certe posizioni, soprattutto quella legata all'Europa, ancora covano sotto la brace, ma Salvini è stato categorico, niente Ppe, punta a un grande gruppo, identitario, conservatore e di centrodestra, alternativo ai socialisti. In casa Lega confermano che difficilmente l'ex ministro dell'Interno si farà convincere del contrario. Dalla sua, d'altronde, ha il consenso.
Adesso si aprono diverse partite, da quella per il Presidente della Repubblica, con lo stesso Salvini che strizza l'occhio al premier Mario Draghi, fino a quella per le elezioni politiche. Il leader leghista mira a «un governo liberale di centrodestra fondato su alcuni valori come la difesa della famiglia, delle libertà e il taglio delle tasse».
Intanto c'è chi forse pensa di dargli fastidio, andando a braccetto con l'avversario, in un gioco di poltrone che stride coi principi della Lega. In un Viminale che già vede la presenza scomoda del sottosegretario all'Interno Nicola Molteni, impegnato da dentro a far passare messaggi sulle carenze delle Forze dell'ordine e sulla linea sbagliata sui migranti, Roberto Maroni si fa mettere al vertice della Consulta per l'attuazione del Protocollo d'intesa per la prevenzione e il contrasto dello sfruttamento lavorativo in agricoltura e del caporalato. «Più che un leghista - commenta qualcuno nella dirigenza del partito - Maroni sembra aver sposato la corrente Lamorgese. Che voglia tradire e passare al Pd»?
All'insediamento hanno partecipato tra gli altri, la titolare del Viminale, che lo ha ringraziato per aver «accolto» la loro «richiesta» e il presidente del Consiglio nazionale di Anci, Enzo Bianco, anche lui come Maroni ex ministro dell'Interno. Un trio di ex del dicastero che sembra voler quasi bacchettare Salvini per le sue posizioni. Il retroscena è dei più gustosi. Maroni ha giocato alle precedenti elezioni la sua partita perché sperava, in un eventuale distacco tra Forza Italia e la Lega, a favore di quest'ultima, di poter sviluppare un ruolo ed essere punto di compromesso per la leadership. Le cose sono andate diversamente e lui ha preferito, secondo fonti interne, «far dispetto e farsi nominare nell'inutile Consulta».
Ma per cosa, visto che l'organismo è, appunto, consultivo e non ha di fatto poteri? Appunto, per un capriccio. In casa Lega dicono «dimostrando miopia, visto che sta dando un assist alla Lamorgese per la quale il partito del Carroccio è un cilicio». Insomma, Maroni accetta di entrare in una scatola vuota, rilascia interviste a Repubblica e si mette in una posizione di opposizione al suo partito, a cui crea forte imbarazzo. Qualcuno azzarda: «Forse è lui che dovrebbe farsi consigliare».

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