Santoro da arcinemico a emulatore del Cavaliere

Il giornalista campione di antiberlusconismo elogia il leader: «Un vecchio saggio, come me»

Santoro da arcinemico a emulatore del Cavaliere

È tornato di moda il Cavaliere e pure i fenomeni del giornalismo libero lo trovano un sacco saggio e presentabile. Dopo Bill Emmott (quello del Berlusconi «unfit to lead Italy» sull'Economist), dopo Scalfari che tra lui e Di Maio non ha dubbi, dopo Le Monde che si scusa per avergli dato del mafioso e dopo altri ravvedimenti operosi a sinistra (persino da archeologia, come quello di Occhetto), ecco accodarsi alla tendenza anche Michele Santoro, uno dei massimi interpreti e utilizzatori del filone (d'oro) antiberlusconiano degli anni buoni. Addirittura adesso lo guarda con affetto, specchiandosi in lui (dunque l'apice dell'adulazione per una primadonna televisiva): «Berlusconi è come me, cioè una specie di vecchio saggio che si aggira sulla scena con l'aria di chi si chiede: Che devo fare?» dice il conduttore al Foglio, con tenerezza senile.

Un vecchio saggio? Ma non era la rovina del paese? Macché, la sviolinata è appena iniziata. «Il Cavaliere è stato molto abile a fare un gioco per lui inusuale: aspettare che gli altri sbagliassero. Anche le sue interviste sono apparse molto ragionevoli. Da uno che ha la testa sulle spalle. Ha detto cose sagge. Anche se ora, piano piano, stanno venendo fuori i suoi limiti». C'è una forte nostalgia per i bei tempi quando, con il bene (la sinistra) e il male (Berlusconi) ben separati, era tutto più semplice. «Penso che negli anni del berlusconismo imperante eravamo finalmente una società nella quale esistevano due grandi partiti a confronto. In una logica dell'alternanza. Il problema è che entrato in crisi Berlusconi questo magma non si è solidificato. L'opposizione non ha partorito un'idea di governo che ci portasse a diventare una democrazia compiuta. Così la crisi dell'opposizione, e la crisi di Berlusconi, ci hanno portato dove siamo». Insomma, non sarà mica diventato berlusconiano? «Ma figuriamoci se lo rivaluto. Ovviamente no» è costretto a precisare Santoro, per non sembrare quello che cambia idea dopo vent'anni di militanza.

Del resto l'ex maoista di Salerno è riuscito a cavalcare tutti i mari e rimanere sempre a galla, in tutte le stagioni politiche della Rai compresa quella berlusconiana, nella scintillante veste di martire del pensiero libero traslocato al Parlamento Ue poi reintegrato per sentenza nella tv di Stato -, perfino a Mediaset dove passò a peso d'oro a metà degli anni Novanta, poi nella Rai renziana (nel frattempo aveva sviluppato simpatie renziane), e pure in quella gentiloniana. Ma la sua carriera televisiva è intrecciata con la figura di Berlusconi, e finisce che ci si affeziona. Non è un caso se nella campagna elettorale del 2013 l'apparizione tv che fece schizzare i consensi del leader azzurro fu proprio da Santoro. Quella famosa con la gag di Berlusconi che pulisce con un fazzoletto la sedia dove era seduto Travaglio, e che duella col conduttore mettendolo in difficoltà («Non sapete nemmeno scherzare!»). La puntata fece 9 milioni di telespettatori, polverizzando ogni record per La7, e contribuì parecchio alla rimonta di consensi del Cavaliere.

Che Santoro fosse già, segretamente, un ammiratore dell'ex premier? All'epoca era ancora prematuro. Doveva ancora esserci il matrimonio col Fatto (poi finito col divorzio, divisi dal giudizio sul M5s, pessimo per Santoro), poi la fase di flirt col renzismo culminata nell'endorsement per il Sì al referendum costituzionale. Tutto finito. Non gli resta che Berlusconi.

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