Scalfaro, dalla destra Dc ai legami con la sinistra

Magistrato, lasciò la toga per dedicarsi alla politica. Eletto all'Assemblea costituente con oltre 40mila preferenze, grazie al sostegno della Chiesa, fu sempre su posizioni di destra in seno al suo partito. Nel 1983 fu ministro dell'Interno nel governo Craxi. Nella Seconda Repubblica ebbe numerosi scontri con Berlusconi

Scalfaro, dalla destra Dc ai legami con la sinistra

Nelle elezioni presidenziali del 2022 la sinistra ha usato spesso il termine “divisivo” per stroncare le ambizione quirinalizie di Silvio Berlusconi. Nella storia della Repubblica se c’è stato un Presidente della Repubblica divisivo questi è Oscar Luigi Scalfaro.

Fu eletto il 25 maggio 1992, due giorni dopo la strage di Capaci che costò la vita al giudice Falcone, a sua moglie e a tre agenti della scorta. Si arrivò a quello scrutinio con la mafia che aveva deciso di sferrare un colpo durissimo allo Stato, uccidendo l’uomo simbolo della lotta a Cosa nostra. Lo Stato in quei giorni, già indebolito per le inchieste su Tangentopoli che investivano la politica, vacillò di fronte alla dinamite usata dalla via sull’autostrada A29 non lontano da Palermo. Così, al sedicesimo scrutino, fu eletto il nuovo presidente della Repubblica, grazie a 672 voti e il sostegno dei seguenti partiti: Dc, Psi, Pli, Psdi, Pds, Verdi, Radicali, Rete. I primi a fare il nome di Scalfaro erano stati i radicali di Pannella.

Dicevamo che Scalfaro fu divisivo. Lo fu nei confronti del centrodestra e in primis del suo leader, Silvio Berlusconi. Prima di tutto bocciando alcuni nomi dalla lista dei ministri che gli sottopose Berlusconi (per motivi di opportunità), in secondo luogo perché si oppose a sciogliere le camere, dopo le dimissioni del Cavaliere, nel dicembre 1994. Più tardi Scalfaro spiegò che, se avesse mandato gli italiani di nuovo alle urne, avrebbe fatto gli interessi di una parte, mentre lui esercitò soltanto i suoi poteri di ricercare una possibile maggioranza in Parlamento. Dopo Berlusconi divenne capo del governo Lamberto Dini, già ministro del Tesoro nel governo del Cavaliere.

La scelta di Scalfaro fu legittima, stando alla Costituzione, anche se con la nuova legge elettorale maggioritaria (Mattarellum) era passato il principio che, a governare il Paese dovesse essere il leader della coalizione uscita vittoriosa dalle elezioni. Caduto il governo deciso per la prima volta dai cittadini ci fu il "ribaltone", l'opposizione si trovò a governare, l’ennesimo capitolo del "trasformismo all'italiana". Il governo Dini, nato da una costola del centrodestra, mese dopo mese si spostò sempre più a sinistra, contribuendo a far vincere le elezioni a Prodi nel 1996. Significativo, in Parlamento, fu lo scontro che portò alla sfiducia personale nei confronti del ministro della Giustizia Filippo Mancuso: fu costretto a dimettersi con l’accusa di aver mandato le ispezioni del ministero ai magistrati che indagavano su Berlusconi. Mancuso in aula si difese con tutte le proprie forze, scagliandosi contro il Quirinale e il suo più illustre inquilino.

Nato a Novara nel 1918 dal barone di origini calabresi Guglielmo (il titolo era stato concesso a un suo avo da Gioacchino Murat nel 1814) e dalla piemontese Rosalia Ussino, quando ancora portava i calzoni corti Oscar Luigi si avvicinò ai giovani di Azione Cattolica. Sull’occhiello della giacca portò sempre il distintivo dell’associazione. Laureatosi in Giurisprudenza alla Cattolica di Milano, il 2 giugno 1941 fu chiamato alle armi. Nell’ottobre 1942 gli arrivò il congedo avendo vinto il concorso per entrare in magistratura. Sposatosi con Marianna Inzitari, nel 1943, rimase vedovo appena nacque la loro figlia, nel 1944. Nel 1946 lasciò la toga, impegnandosi attivamente in politica. Alle elezioni per l’Assemblea costituente si candidò come indipendente, nella Dc, ottenendo oltre 40mila preferenze, grazie anche al forte sostegno delle gerarchie ecclesiastiche.

Sempre vicino alla destra della Democrazia cristiana, il suo punto di riferimento negli anni 50-60 fu Mario Scelba, che divenuto capo del governo lo chiamò con sé come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Avendo ricevuto la delega per lo Spettacolo, Scalfaro dovette assumersi l’incarico di presiedere la commissione che vigilava sulla censura dei film, cosa che gli procurò non poche critiche e attacchi sulla stampa. Negli anni successivi si impegnò contro l’alleanza con il Psi e l’avanzata del centrosinistra, portata avanti da Fanfani e Moro oltre che dal capo dello Stato Giovanni Gronchi. Pur essendo di vedute lontane, entrò nel primo governo presieduto da Moro, obbedendo a un fermo richiamo del Vaticano che chiedeva alla Dc di non dividersi. In seguito lui stesso entrò nel governo Moro II, come ministro dei Trasporti. Impegnato contro i socialisti e i laici per la legge sul divorzio, fu al fianco di Fanfani nel referendum abrogativo, chiesto fortemente dalla Chiesa. Ma nel voto popolare gli italiani scelsero il No, mantenendo in vita la legge che istituiva il divorzio. Gli anni Settanta furono molto difficili per lui, come esponente di una corrente minoritaria della Dc e il baricentro del partito, e della politica, spostato a sinistra.

Tra i firmatari di un documento con cui si chiedeva a Zaccagnini (segretario Dc) di porre fine al compromesso storico, nel 1977 fu tra i protagonisti (un centinaio circa) che diedero vita a una nuova corrente del partito, nota come “Proposta”. Sei anni dopo, nel 1983, Craxi lo chiamò al governo nel delicato ruolo di ministro degli Interni, incarico che ricoprì fino al 1987.

Il no al decreto Conso e lo schiaffo alla Prima Repubblica

Nel marzo 1993, in piena Tangentopoli, il governo presieduto dal socialista Giuliano Amato varò un decreto per cercare di risolvere politicamente lo scandalo che sconvolgeva i partiti, legato al loro finanziamento illecito. Il decreto Conso, dal nome del ministro della Giustizia Giovanni Conso, non fu firmato da Scalfaro, che si oppose ritenendolo incostituzionale. Fu uno dei passaggi cruciali in quegli anni di transizione tra la Prima e la Seconda Repubblica. Scalfaro, uomo della vecchia Repubblica, metaforicamente si issò al vertice di chi lottava contro il Parlamento degli inquisiti, per mandare a casa la politica corrotta e impresentabile. Un'altra spallata alla vecchia politica fu il referendum per l'introduzione del sistema elettorale maggioritario: un altro segnale forte contro la partitocrazia. Amato si fece da parte, in seno al Parlamento non si trovò alcuna soluzione e Scalfaro assunse l'iniziativa di chiamare al governo Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d'Italia.

I fondi segreti del Sisde e il "non ci sto" in diretta tv

Un'inchiesta della magistratura fece emergere l'esistenza di alcuni fondi segreti a disposizione del Viminale. Ne nacque una polemica feroce che vidi coinvolti il Csm, il ministro dell'Interno, Nicola mancino, e la commissione parlamentare d'inchiesta sui servizi segreti. Uno degli indagati, ex direttore del Sisde (i servizi segreti civili), accusò Scalfaro e Mancino. La sera del 3 novembre 1993, mentre in tv la Rai trasmetteva una partita di Coppa Uefa tra Cagliari e Trabzonspor, la gara fu interrotta da un discorso del presidente Scalfaro, trasmesso sulla Rai a reti unificate. Il presidente pronunciò una frase che rimase famosa: "A questo gioco al massacro io non ci sto. Sento il dovere di non starci e di dare l'allarme". A cosa si riferiva? Scalfaro insinuò che contro di lui, per la sua linea di fermezza contro la classe politica colpita da Tangentopoli, si fosse scatenata una dura rappresaglia di chi voleva screditarlo e delegittimarlo. Più tardi Scalfaro di fatto ammise di aver percepito dei fondi segreti (cento milioni di lire al mese) ma di averli sempre e solo utilizzati solo per fini istituzionali.

Lo schiaffo a una signora nel 1950

Quando aveva 32 anni e già da qualche anno era un rappresentante del popolo italiano, prima come membro della Costituente e poi come deputato alla Camera, Scalfaro rimase invischiato in uno scandalo che, a ben vedere, avrebbe potuto danneggiarlo non poco a livello di immagine. Mentre si trovava in un ristorante di Roma con alcuni colleghi di partito, rimproverò una signora perché, a suo dire, era vestita in modo inadeguato, avendo le spalle nude. Ne nacque un’accesa discussione a seguito della quale la donna querelò Scalfaro e un altro suo collega per ingiurie. Il caso ovviamente fece scalpore e finì in Parlamento, con interrogazioni e la richiesta di autorizzazione a procedere contro i due deputati. Contrariamente a quanto scrissero alcuni non ci fu alcuno schiaffo alla signora, Scalfaro non alzò le mani, ma di certo lo scontro verbale ci fu e fu intenso, contribuendo a creare l’immagine di uomo bigotto.

A rendere ancor più surreale l’episodio ci fu l’iniziativa, da parte del padre della donna offesa, un ufficiale in congedo, di sfidare a duello Scalfaro (come si era soliti fare fino all’Ottocento) per l'offesa all'onore ricevuta. Ma la richiesta venne respinta al mittente perché contraria alla legge. A quel punto si sollevò l’indignazione di Antonio De Curtis, l’attore noto come Totò, che rivolgendosi a Scalfaro dalle colonne di un giornale disse che era stato non solo villano ma anche codardo.

La vicenda finì senza alcuna conseguenza legale perché, a seguito di un’amnistia, il processo non venne celebrato. Parecchi anni dopo Scalfaro ammise, in parte, le proprie responsabilità, dicendo che in quell'occasione era andato “oltre la giusta misura”.

Oscar Luigi Scalfaro

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