"Scarpe fatte di stracci. Così siamo fuggiti dalla prigionia in Africa"

Con la compagna nelle mani dei jihadisti. "Siamo stati riuniti quando lei è stata male"

Rientrato alle prime ore dell'alba di domenica da Bamako, Luca Tacchetto, il 31enne architetto originario di Vigonza (Padova), si è finalmente messo alle spalle i 15 mesi di prigionia vissuti tra il Burkina Faso e il Mali con la fidanzata canadese Edith Blais. Ascoltato ieri dal pm di Roma e dai carabinieri del Ros, Tacchetto ha raccontato la sua odissea, anche se alcuni aspetti dovranno essere chiariti. Lo chiede soprattutto il governo di Ottawa. «Siamo stati fermati poco lontano del Parco Nazionale W che si trova tra il Burkina Faso, Benin e il Togo. A bloccarci è stato un gruppo di sei mujaheddin: abbiamo camminato per settimane, anche a bordo di auto, moto e di una piroga. Siamo stati portati, nel gennaio dell'anno scorso nell'area desertica del Mali, all'altezza di Kidal, dove siamo rimasti per tutto il tempo del sequestro». Per un periodo Luca e la sua ragazza sono stati separati, poi «quando lei ha cominciato a stare male hanno deciso di riunirci. Ogni tanto effettuavamo dei trasferimenti, ma di fatto siamo rimasti sempre nella stessa area». Tacchetto ha quindi parlato dei carcerieri spiegando che lui ed Edith sono stati trattati bene. «Non ci hanno mai minacciato con le armi, mangiavamo tutti i giorni anche se poco. Il sequestro è stato fatto da un gruppo che si è autodefinito jihadista vicino ad Al Qaeda. Per come ci hanno trattati credo fosse un gruppo esperto, abituato a gestire situazioni del genere, e con altri rapimenti alle spalle». Come affermato da fonti dell'intelligence canadese i rapitori apparterrebbero alla cellula Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, guidata dal maliano Iyad ag Ghali e affiliata ad Al Qaeda. Secondo quanto spiegato dal ministro degli Interni maliano, Sadio Gassama, non sarebbe stato pagato alcun riscatto, elemento confermato dallo stesso architetto padovano durante l'incontro con i magistrati, ma che non viene ritenuto completamente convincente dagli inquirenti canadesi. «Siamo fuggiti da soli, approfittando forse dell'unico momento di fortuna che ci è capitato in questi interminabili 15 mesi. La sera del 12 marzo abbiamo notato che il gruppo dei nostri carcerieri si era allontanato per dormire e ne abbiamo approfittato per scappare. Ci siamo fabbricati delle scarpe di fortuna con gli stracci di alcuni indumenti e abbiamo camminato per tutta la notte, fino a quando ci siamo imbattuti in una pista stradale, percorrendola per ore. In seguito abbiamo fermato un camion che passava e che ci portati ad una base militare». C'è da capire quanto tutto questo sia comunque credibile: la coppia era in una zona desertica. È davvero difficile che possano aver incontrato per caso un mezzo di trasporto che li abbia poi portati a destinazione. Tant'è che il ministro della giustizia canadese, David Lametti, ieri in serata ha ritenuto le dichiarazioni della coppia «informazioni preliminari. Le indagini devono proseguire per mettere assieme tutti quei tasselli che al momento mancano». Atterrando all'aeroporto di Ciampino, Luca ed Edith hanno scoperto che è in corso l'epidemia di coronavirus, «anche se i nostri carcerieri ci hanno detto qualche giorno fa che in Italia c'erano dei problemi senza specificare che si trattasse di questa pandemia». Luca era partito dall'Italia in auto con Edith, conosciuta durante l'Erasmus in Canada, alla fine di novembre 2018. Dopo aver passato lo Stretto di Gibilterra ed essere sbarcati in Marocco si erano diretti verso sud: obiettivo finale il Togo, dove la coppia era attesa da altri due amici di origini francesi per collaborare come volontari alla costruzione di un villaggio.

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