La scommessa dei costruttori

Il tempo dei costruttori. Sergio Mattarella sembra quasi evocare la saga medievale di Ken Follett.

La scommessa dei costruttori

Il tempo dei costruttori. Sergio Mattarella sembra quasi evocare la saga medievale di Ken Follett. Questa non è una stagione per bari e galleggiatori. Non ce li possiamo permettere. Serve gente con una visione, che guarda in alto e immagina il futuro, con quel pizzico di follia di chi sa vedere l'invisibile e il senso pratico del muratore. È appunto uno come Tom il costruttore, il protagonista di I pilastri della terra. È l'uomo delle cattedrali.
Solo che personaggi così non è che ce ne sono tanti in giro. Il Presidente della Repubblica li chiama, ma non rispondono, non arrivano, forse neppure esistono. Quelli che vedi sono troppo impegnati a giocare a carte. La politica italiana comincia ad assomigliare sempre più a una partita di poker. Il primo guaio è che la posta in gioco è il destino dell'Italia e giocarselo così, affidandosi alla fortuna, fa un po' paura. Il secondo è che i protagonisti seduti al tavolo della maggioranza stanno tutti bluffando. Giuseppe Conte confida sui «responsabili», pronti a puntellare il governo se qualcuno prova a farlo cadere. Non ci sono. Non adesso, perlomeno. Non è detto che arriveranno. Matteo Renzi fa credere che ogni domani è il giorno buono per fare saltare i ponti. Scommette sul fatto che non si andrà alle elezioni e un'altra maggioranza in qualche modo si troverà. È un grande azzardo, perché in realtà non c'è un piano alternativo. C'è solo la voglia di sfidare la sorte. Non è un visionario, ma assomiglia all'avventuriero che, messo con le spalle al muro, tenta il tutto per tutto convinto che quelli come lui non meritano la polvere, perché per qualche ragione imperscrutabile sono qui, in questo luogo e in questo tempo, per lasciare un segno. Il motto è: non si può lasciare un Matteo in un angolo.
Il sospetto è che anche i notabili del Pd stiano bluffando. Adesso sostengono che non hanno paura di andare alle elezioni. Sia quel che sia. Se c'è da affrontare il giudizio degli elettori lo faranno. Lo spauracchio Salvini non è più quello di un anno fa. Il Pd con la vocazione di governo è un punto fermo. I sondaggi, però, li leggono anche loro e, soprattutto con questa legge elettorale, il rischio che a vincere siano gli altri resta altissimo. No, la loro vera speranza è fermare il tempo. Per altri sei mesi non deve accadere nulla. Poi comincia il semestre bianco e per un altro anno e mezzo il futuro resta in naftalina. Il giorno della marmotta come progetto di vita. Restano i grillini. Il loro bluff è esistenziale: fingono di essere ancora vivi. Non gli si può certo chiedere di pensare alle cattedrali. Ci sarebbe anche Leu, il satellite della sinistra nato come rivolta anti renziana. È il partito del ministro Speranza. Sono gli unici che forse non hanno nulla da nascondere. Non sono più un partito e non fanno finta di esserlo.
È insomma uno scenario che si basa sulla dissimulazione. È per questo che il governo non ha una rotta. Non si riconosce. È smarrito. Non può costruire nulla perché la sua esistenza si fonda su un'illusione. È nato così, come una compagnia che sta insieme solo per guadagnare tempo. Neppure l'imponderabile, la più grave crisi umana, economica e sociale dall'ultima guerra, è servito a dargli un'anima. Di solito la tragedia serve a ricompattarsi ma, come ha sottolineato il Presidente, ognuno continua a guardare ai propri interessi particolari.
Mattarella non fa nomi. Non può che disegnare una figura e sa che non è affatto facile incarnarla. Il suo discorso di fine anno però un segno lo ha lasciato e non puzza di retorica. È un desiderio, che tanti italiani condividono: non possiamo giocarci il nostro futuro a carte. Non è tempo di giochetti di potere, di mosse e contromosse, di tirare a campare. Forse non è abbastanza chiaro: è in ballo ciò che resta del nostro futuro. Il 2021 è un anno cruciale, da vivi o morti.
La parola «costruttore» è l'antidoto a tutto questo. Per il Quirinale incarna la speranza. È un costruttore antico, che non è più sinonimo di palazzinaro. Non evoca il «generone romano», l'arricchito senza scrupoli, l'intrallazzatore che mette le mani sulla città e si arricchisce con un pelo di malta sullo stomaco. È chi ricostruisce, chi progetta, chi vede oltre, chi ha un sogno e chiama a raccolta gli uomini di buona volontà. E dovrà avere la pazienza di Giobbe e rimboccarsi le mani e avere la faccia di chi paga i suoi debiti, uno di cui ci si può fidare, perché l'impresa costerà soldi e fatica e i frutti non si vedranno presto. Non dovrà scavare fossi e disegnare confini, ma come il pontifex romano «costruire ponti», perché mai come adesso c'è bisogno di immaginare nuove strade. In fretta.

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