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Scorretti e antisportivi. Se Sua Maestà perde anche nello stile

Scontri fuori e dentro il campo. La squadra non rende onore agli azzurri. La fuga dei reali

Scorretti e antisportivi. Se Sua Maestà perde anche nello stile

Correggere Winston Churchill, please: «Gli inglesi perdono le partite di calcio come fossero guerre, perdono le guerre come fossero partite di calcio». Li abbiamo visti in azione, i cari sudditi, mentre bruciavano le bandiere italiane, li abbiamo visti mentre distruggevano le transenne e attaccavano la polizia a cavallo, li abbiamo sentiti mentre fischiavano l'inno di Mameli, li abbiamo ascoltati mentre berciavano contro i calciatori di colore, colpevoli di avere sbagliato i rigori finali. È il popolo maleodorante dei pub, è la ciurma facilmente riconoscibile, nessun ragazzo di colore tra gli hooligans, bianca e rosea la pelle di questa razza violenta, gonfia di birra, di repressione e di ignoranza.

Li abbiamo visti i calciatori della nazionale inginocchiarsi in memoria dell'americano Floyd ma, dopo un contrasto di gioco, rifiutare la stretta di mano dell'avversario. Ipocriti e screanzati. Li abbiamo visti mentre ci deridevano, loro ex maestri di fair play e oggi cascatori di lusso, provocatori di censo. Li abbiamo visti mentre sfilavano sul podio per ritirare la medaglia d'argento e, un secondo dopo, se la toglievano dal collo, con disprezzo massimo di quell'onorificenza (lo stesso hanno fatto i brasiliani sconfitti dagli argentini nella finale della copa America).

Abbiamo visto la famigliola Windsor, il principe duca, la duchessa e l'erede George, svignarsela al momento delle premiazioni. Eppure lui, William è il presidente della Football Association ma che gli fosse venuto in mente di scendere dal trono e di omaggiare i vincitori?, oh my God (impegnato, questo, a salvare la nonna). Abbiamo visto David Beckham, Kate Moss and Tom Cruise, ghignare al gol di Shaw, come a dire «elementare Watson») e poi nascondersi nel canneto della tribuna autorità, nel ruolo di comparse silenziose. Abbiamo visto il premier Boris Johnson (che sta al calcio come Beppe Grillo alla tragedia greca), indossare la giacca sulla maglietta dei tre leoni e mantenere il comportamento istituzionale però tra strilli volgari dei suoi compatrioti, per poi svegliarsi dalla sbornia chiassosa e reagire con parole dure contro il razzismo, così anche il principe di cui sopra che si è detto disgustato dai cori. Ma né Boris, né William si sono degnati di pronunciare una sola parola sui fischi a Mameli e nemmeno hanno provato vergogna per le bandiere date alle fiamme e l'assalto nelle strade attorno a Wembley.

È l'Inghilterra che continua a vivere sulla sua isola, è il Paese fiero di essere uscito dall'Europa e che si merita di stare lontano dallo stesso continente, non perché ci sia di mezzo la Manica ma proprio per il modo inurbano di vivere, di agire e di pensare. L'impero non è più al centro del mondo, resistono i Windsor, rischiando spesso di finire in caricatura, come memorabilia da collezionisti o personaggi da cartoon. L'attesa di questa finale è stata il simbolo di un popolo che ritiene ancora di essere superiore al resto del mondo, considerato un'enorme colonia che usa, per l'appunto, l'inglese come koiné e lingua universale. Hanno pensato che l'Unione Europea fosse come il Commonwealth, hanno rifiutato l'euro, hanno conservato la guida a destra, non hanno modificato lo stampo di fabbrica che il football illustra al meglio, saccenti e razzisti, quarantatré anni dopo l'esordio in nazionale del primo ragazzo nero, Viv Anderson. La forma sopra la sostanza, i riti di corte, i cani di Elisabetta II, il the alle cinque, la sbronza alle sette, le elezioni al giovedì, la paga al venerdì, Wembley abbattuto e ricostruito. Se hanno voglia di vedere e toccare la coppa dei campioni d'Europa, li aspettiamo a Roma. Necessaria la quarantena e l'ovvio pagamento del biglietto di ingresso. Oh yes.

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