Scuola, la piazza è solo un flop Ma il governo scivola alla Camera

Renzi non molla: sì al dialogo, però la riforma va fatta. La protesta di sindacati e opposizioni fallisce. E in aula la maggioranza pasticcia su un emendamento

Scuola, la piazza è solo un flop Ma il governo scivola alla Camera

La scuola può diventare il tallone d'Achille di Matteo Renzi? Nel dubbio la minoranza Pd, in cerca di una casa sicura dove rifugiarsi prima di ipotizzare di lasciare il partito, si tuffa nella protesta dei sindacati dove spera di pescare un bel po' di voti. Scendono in piazza contro la riforma della Buona Scuola, difesa a spada tratta dal premier-guerriero che non intende retrocedere, tutti i protagonisti dell'operosa resistenza interna: Pippo Civati, Gianni Cuperlo, Stefano Fassina. Peccato che ieri in piazza del Pantheon a Roma ci fossero più parlamentari che professori e che quei pochi rappresentanti del mondo della scuola abbiano comunque contestato i politici presenti e non solo la renziana Simona Malpezzi ma pure Fassina. E pensare che per partecipare alla protesta è stata anche interrotta la votazione sul ddl scuola alla Camera. A cavalcare l'onda del dissenso ci prova pure Enrico Letta. Non in piazza che non gli si addice, ma con un'intervista con la quale boccia una legge «troppo frettolosa» che deve essere raddrizzata. Francamente non si era mai visto tanto interesse per quello che accade fra i banchi dei nostri istituti scolastici dei quali purtroppo di solito ci si ricorda soltanto quando cadono a pezzi colpendo alunni e professori. Insomma la, brutta, sensazione è che della scuola non interessi molto alla politica che però coglie l'occasione per strumentalizzare la protesta e colpire un premier che sulle riforme procede come un caterpillar affogando il dissenso in un mare di tweet e video su youtube . E infatti ieri Renzi, pur con il solito tono conciliante e dicendosi pronto all'ascolto, ha confermato tutti i punti qualificanti dell'impianto della riforma. Dalle assunzioni alla chiamata diretta dei professori da parte del preside alla valutazione ed i premi di merito per gli insegnanti. «L'Italia non può più perdere tempo e dopo aver discusso si decide - ribadisce il premier - Le assunzioni non possono essere separate dalla riorganizzazione complessiva della scuola e saranno 100.000 subito e altre 60.000 per concorso nei prossimi anni». E sulla ventilata minaccia del blocco degli scrutini il premier si dice convinto della serietà dei professori «che non metterebbero a rischio il lavoro dei ragazzi». Per questo il tema della precettazione «è prematuro». Ma proprio sul ricorso alla precettazione, ribadito dall'Autorità sugli scioperi in caso di necessità, il livello dello scontro si alza. «Se il nostro diritto allo sciopero verrà messo in discussione la nostra reazione sarà durissima» promette Domenico Pantaleo Cgil-scuola. E anche Massimo Di Menna della Uil definisce l'intervento del garante «intempestivo», sottolineando che i sindacati conoscono le leggi e le rispettano.

Ieri la Camera ha approvato «in corsa» tutti gli articoli affrontati, fino al numero 7, nonostante l'opposizione serrata di M5S e Sel. Quindi sì all'autonomia scolastica, maggiore elasticità nella modulazione degli orari e dell'attività didattica; sì al curriculum dello studente; all'alternanza scuola lavoro. A volte però la troppa fretta gioca brutti scherzi. Per una serie di equivoci e nella concitazione delle votazioni il governo ieri infatti è andato sotto su un emendamento per un errore poi riconosciuto dal presidente di turno, Roberto Giachetti, che ha chiesto scusa. Si trattava comunque di un emendamento tecnico che non crea problemi all'impianto del ddl. Si riprenderà lunedì procedendo a tappe forzate fino al voto finale previsto per mercoledì. Al Senato però il cammino del ddl potrebbe incontrare ostacoli maggiori.

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