La "parola più bella del mondo: dazi", pilastro della seconda presidenza Trump, è stata cancellata (per ora) dall'arsenale della Casa Bianca. "Quindi è una sconfitta?", sembra abbia detto il presidente al funzionario che gli porgeva un foglio con l'esito della decisione della Corte Suprema. In quel momento, Trump era impegnato alla Casa Bianca in una riunione coi governatori. "È una vergogna. Ma ho un piano di riserva", ha detto prima di lasciare anzitempo la sala. Dopo qualche ora, resistendo alla tentazione di rovesciare sui social media la sua rabbia, il presidente si è presentato nella sala stampa della Casa Bianca. L'attacco ai tre giudici conservatori che lo hanno "tradito": "Sono una vergogna per il Paese, influenzati da interessi stranieri". L'annuncio: "I dazi, rimangono, abbiamo delle alternative". La dimostrazione di forza: "La sentenza mi rende ancora più potente, da oggi dazi addizionali del 10% in aggiunta a quelli esistenti".
Tutti elementi della retorica e della filosofia trumpiana - mai arretrare, rilanciare sempre. Eppure, il linguaggio del corpo - il volto teso, le spalle piegate sulle note che gli assistenti gli avevano preparato - ha restituito l'immagine di un animale ferito. Trump ha vinto la Casa Bianca nel 2024 facendo leva sul malessere economico e sull'immigrazione fuori controllo. Ma è sui dazi che ha costruito l'immagine imperiale del suo secondo mandato. Non solo strumento di "revenues" (250 miliardi di dollari incassati dal "Liberation Day" del 2 aprile 2025) o la possibile chiave per resuscitare la moribonda manifattura americana. Soprattutto, una leva formidabile nei rapporti col resto del mondo. Uno strumento di potenza economica da affiancare alla potenza militare Usa. Cosa aspettarsi ora nell'immediato? Sul fronte interno, Trump ha annunciato che farà ricorso a una diversa "autorità" rispetto a quella bocciata dalla Corte. Norme che gli permettono di imporre dazi fino a 150 giorni, senza passare dal Congresso. Uno spazio temporale che porta lui e i Repubblicani pericolosamente a ridosso delle elezioni di Midterm, senza le certezze dell'"Età dell'oro" promessa agli americani con i dazi. Anche se, fanno già notare alcuni economisti, se gli attuali dazi dovessero veramente cessare di esistere a partire da oggi, l'economia Usa potrebbe trarne beneficio: giù l'inflazione, più crescita, benefici per i consumatori. Ma è ancora troppo presto per comprendere appieno le conseguenze pratiche e legali della decisione della Corte.
Sul fronte esterno, invece, Trump si presenta fuori dai confini americani apparentemente privo dell'arma con la quale stava rimodellando all'insegna dell'"America First" non solo la politica commerciale globale, ma anche i rapporti di forza geopolitici, a cominciare da quelli con la Cina. Ed è senza quest'arma che Trump si presenterà il 31 marzo a Pechino, come annunciato dalla Casa Bianca, al vertice con Xi Jinping.
Un presidente ferito, messo nell'angolo dai sondaggi (indice di approvazione che scivola al di sotto del 40%) e dai tribunali, potrebbe anche fare ricorso allo strumento privilegiato per ricompattare attorno a sé l'opinione pubblica: la guerra. "Ci sto pensando", ha detto Trump prima che gli venisse recapitata la sentenza della Corte Suprema, ai cronisti che chiedevano se fosse vero il retroscena secondo il quale verrà a breve lanciato un "attacco limitato" contro l'Iran per costringere Teheran a rinunciare al programma nucleare.
Se dovesse fallire l'opzione minima, ha scritto il Wall Street Journal, Trump passerebbe all'opzione "totale", con attacchi massicci che punterebbero a rovesciare il regime degli ayatollah. Una prova di forza con la quale presentarsi a Pechino da Xi.