La firma è arrivata, come voluto e promesso da Donald Trump, circondato per l'occasione da una ventina di rappresentanti internazionali. Il "Board of Peace" è nato a Davos, in Svizzera, ieri mattina durante un evento a margine del World Economic Forum. "Una giornate emozionante", l'ha definita il presidente americano, secondo cui "tutti vogliono fare parte" del "Consiglio di pace" da lui concepito e promosso. Nonostante l'idea sia stata partorita pensando al futuro post bellico nella Striscia di Gaza, la Carta fondante del Board non menziona mai esplicitamente Gaza. E questo la dice lunga sulla metamorfosi degli obiettivi di un organismo immaginato per il dopoguerra nella Striscia e che, invece, nelle tempeste della geopolitica internazionale, si è dato alla fine uno Statuto globale. L'obiettivo dichiarato? "Promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti". Non solo il Medioriente.
Ecco perché si parla ormai di "nuova Onu" o di "Onu di Trump", come l'organizzazione è stata ribattezzata per via degli enormi poteri in capo al presidente, il cui incarico è a vita e potrà oltrepassare il suo mandato alla Casa Bianca, e che ha inoltre potere di invito e di rimozione sui membri, così come di veto su ogni decisione, oltre che di poter designare il suo successore. "Le Nazioni Unite hanno un potenziale enorme ma non lo sfruttano. Nelle otto guerre a cui ho posto fine non ho mai parlato con l'Onu", è la stoccata lanciata dal presidente. Poi un apparente ammorbidimento: "Potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo fare e lo faremo in collaborazione con l'Onu", è la promessa.
Eppure le assenze dei Paesi europei, con l'esclusione di Ungheria e Bulgaria (e del Kosovo, che non è membro dell'Ue), pesano sulle ambizioni del tycoon. La Casa Bianca ha diffuso una lista di 22 firmatari, ma il Belgio ha smentito la propria adesione. Nel Board è forte la rappresentanza araba e musulmana (Egitto, Emirati arabi uniti, Arabia saudita, Qatar, Turchia, Marocco, Giordania, Bahrein). Dopo i dubbi iniziali, anche Israele ha aderito ma non era presente alla cerimonia. Diversi i Paesi asiatici che hanno firmato (Pakistan, Armenia, Azerbaijan, Kazakistan, Uzbekistan). Rappresentato anche il Sudamerica (Argentina, con Milei presente, e Paraguay). Ma non entrano, almeno per il momento, quasi tutti i Paesi dell'Ue, Italia inclusa, e poi anche Norvegia e Regno Unito restano fuori. "Si tratta di un trattato legale che solleva questioni molto più ampie e nutriamo anche preoccupazioni sul fatto che il presidente Putin faccia parte di qualcosa che riguarda la pace", dicono da Londra, sintetizzando anche le perplessità degli altri Paesi europei.
Su questo il Board potrebbe infrangersi. Se i numeri degli aderenti non risponderanno alle ambizioni di Trump, il piano di una governance globale sotto la sua presidenza potrebbe vacillare. Ci sono questioni di opportunità politica per via della presenza di dittature e autarchie e dell'invito alla Russia, che avrebbe accettato, ma per avere un seggio permanente richiede di "sbloccare la situazione" dei suoi asset congelati negli Usa. Poi ci sono i paletti delle Costituzioni di molti Paesi d'Europa e della sfera occidentale, che rischiano di essere inconciliabili con il Consiglio di pace. Forte è inoltre il tema della parità con le altre nazioni. Il potere di veto, di invito e di rigetto degli aderenti, in mano al tycoon, mette gli Stati Uniti su un piano superiore.
Poi c'è la questione del pagamento e della durata del seggio, previsto per due anni ma estendibile in caso di pagamento di 1 miliardo di dollari, e definito dai detrattori una sorta di "diplomazia a pagamento". Incostituzionale e anti-multilaterale per molti Paesi occidentali. Ma Trump tira dritto. Per il presidente ieri è stata la volta di un'altra firma storica. E di un'altra picconata all'Onu.