"Tovarishi, konets", compagni è finita... Per terminare i suoi comizi Péter Magyar, numero uno di Tisza ha rispolverato spesso un vecchio slogan delle prime elezioni libere ungheresi nel 1990. Allora era l'invito a lasciare il Paese rivolto in russo ai compagni sovietici. Oggi è un riferimento ironico ai rapporti, noti e meno noti, tra il premier Viktor Orbán e l'elite putiniana. Anche questo, insieme a una situazione economica difficile (l'anno scorso l'Ungheria è cresciuta dello 0,4 contro per esempio il 3,6% della vicina Polonia) ha avuto il suo peso nel voto di ieri.
Se gli exit poll e i primi risultati emersi in serata saranno confermati i 16 anni al potere di Viktor Orbán, il leader più longevo in Europa, potrebbero essere destinati all'archivio. Il condizionale, però, è ancora d'obbligo: al di là di una nuova maggioranza di governo si tratta di analizzare le dimensioni della vittoria di Tisza. Il numero chiave è quello dei 133 seggi che servono per raggiungere la maggioranza dei due terzi in Parlamento. "Il fatto che la soglia si possa raggiungere non è ancora sicuro, ma è questa la principale posta in gioco delle elezioni", ha detto ieri il combattivo sindaco di Budapest Gergely Karácsony, uno degli esponenti più in vista dell'opposizione. Il complicato sistema elettorale (106 seggi assegnati in collegi uninominali, gli altri in base a listini nazionali, con i voti "pesati" secondo il metodo D'Hondt, usato per il Senato italiano fino al 1992) rende soggetto a possibili revisioni il calcolo. A complicare ulteriormente le cose è poi il fatto che i distretti elettorali sono stati più volte ridisegnati negli ultimi anni.
Con i fatidici 133 eletti Magyar avrebbe la forza di modificare la legge fondamentale approvata nel 2011, sciogliere la Corte Costituzionale piena di fedelissimi di Fidesz e riformare i provvedimenti voluti da Orbán che più avevano fatto arrabbiare l'Unione Europea. In caso contrario si troverebbe in una situazione ancora più complicata di quella vissuta dal polacco Donald Tusk, tornato al potere in Polonia dopo gli anni del governo guidato dal partito di destra Pis.
L'altro grande fronte aperto che Magyar si troverà ad affrontare è quello europeo. A Bruxelles erano già pronti i piani di emergenza per sbloccare il prestito da 90 miliardi all'Ucraina che Orbán ha deciso di stoppare negli ultimi mesi e di cui Kiev ha disperatamente bisogno entro l'estate. Per aggirare il veto ungherese ogni Paese avrebbe dovuto muoversi autonomamente, versando in proprio una parte della somma. Ora il pericolo sembra scongiurato. L'intenzione di Magyar, dichiarata in più di un'intervista, è quella di "orientare il Paese verso Ovest e non più verso Est" e la svolta comporterebbe un "disgelo" verso Bruxelles. La quale a sua volta potrebbe "liberare" i fondi di coesione dovuti a Budapest, circa 16 miliardi, congelati con l'accusa del mancato rispetto delle norme sullo Stato di diritto. Per l'Ungheria è una somma enorme, che secondo i calcoli di Ing Bank ha pesato per una mancata crescita pari all'1% solo l'anno scorso. Tra gli euroburocrati nessuno comunque si illude di aver d'ora in poi a che fare un euroentusiasta.
Magyar, per anni diplomatico ungherese nella capitale europea e attualmente eurodeputato nel gruppo del Partito Popolare, viene considerato perfettamente in linea con il volto prevalentemente conservatore dell'elettorato ungherese: tiepido sull'Ucraina, sui diritti della comunità Lgbt, su un eccessivo interventismo Ue nelle questioni interne dei singoli Paesi. Una cosa però è avere a che fare con lui, un'altra con chi in una intercettazione diffusa di recente si dichiarava pronto a rendere "qualsiasi servizio" a Vladimir Putin.