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Shahin e quegli affari con Hannoun & C. Le prove del Viminale ignorate dai giudici

Soldi e relazioni, anche l'imam di Torino nella rete di Hamas

Shahin e quegli affari con Hannoun & C. Le prove del Viminale ignorate dai giudici
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Spunta un nuovo nome nell'inchiesta della Procura di Genova sulla cupola di Hamas in Italia ed è quello di Mohamad Shahin. Si tratta dell'imam a capo della moschea di Via Saluzzo, nel capoluogo piemontese già destinatario di un provvedimento di espulsione da parte del Viminale, che aveva evidenziato la sua appartenenza alla fratellanza musulmana oltre che la sua pericolosità sociale. Ma la misura non ha avuto seguito a causa di un giudice della Procura di Torino che ha rimesso in libertà Shahin dopo la sua detenzione in un Cpr in attesa che tornasse in Egitto. Evidentemente non considerava problematica la sua presenza sul suolo italiano. Anche se forse quel giudice, oggi, potrebbe quantomeno farsi venire dei dubbi, soprattutto a fronte delle frequentazioni di Shahin che Il Giornale può raccontare in esclusiva.

Era il 14 ottobre del 2024 quando l'imam discuteva con Yaser Elsalay, considerato dall'accusa membro del comparto estero di Hamas e responsabile (con Raed Dawoud) della filiale milanese della Abspp, l'associazione tramite cui sarebbero stati destinati oltre 7 milioni di euro all'organizzazione terroristica solo negli ultimi due anni. Sia Yaser che Dawoud oggi sono in carcere in regime di massima sicurezza come strettissimi collaboratori di Mohammad Hannoun. Se Shahin è un semplice e innocente imam, cosa avrebbe da condividere con soggetti collegati direttamente a un'organizzazione terroristica? Parlavano di soldi. È stato Shahin a chiamare Yaser: in quell'occasione i due si salutano e Shahin dice a Yaser che il fratello Elshobky (anche lui si muove nel torinese), sarebbe salito a Milano per andare al consolato e che dopo sarebbe passato lui. A quel punto Shahin gli dice di dargli quella "Amana" (ovvero i soldi) e che poi appena andrà anche lui (Shahin) prenderà la seconda "Amana". Yaser gli dice che va bene e gli chiede quanto prenderà lui, se 10 oppure 20.

Shahin risponde che prende 10, ma Yaser replica dicendo che pensavano di dargli 50. Shahin però dice di no. Interrogazioni parlamentari di una sinistra che gridava all'inutile reclusione in un Cpr di un pover'uomo che, secondo i paladini degli islamici, altro non aveva fatto se non dissentire rispetto al presunto mostro chiamato Israele, critiche feroci alla linea adottata dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, l'islam italiano mobilitatosi tramite cortei e picchetti in cui si chiedeva la liberazione dell'imam per cui il 7 ottobre non fu violenza.

Oggi, alla luce di intercettazioni in cui c'è un'evidente organizzazione finalizzata al passaggio di denaro, che di certo non va nei territori palestinesi, qualche giudice tornerà sui propri passi? O anche la frequentazione con presunti terroristi deve essere legittimata in nome di una fantomatica libertà che sta portando il Paese alla deriva? Se non merita di essere destinatario di un provvedimento di espulsione chi è stato al fianco di Musa Cerantonio, uno dei tre jihadisti più pericolosi al mondo o chi è del giro di Hamas in Italia è difficile scorgere dei validi criteri su chi dovrebbe lasciare l'Italia.

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