Si lancia dal viadotto con la tuta alare ma si schianta

Aveva 25 anni. Il paracadute non si è aperto. Voleva ricordare un suo collega morto in volo

Era un'atleta esperto e appassionato lo sportivo morto ieri lanciandosi con la sua tuta alare dal viadotto di Caltanissetta. Il 25enne Luca Barbieri voleva ripetere l'impresa compiuta in Arabia Saudita e che aveva dedicato a un amico che recentemente aveva subito la stessa sorte. Il giovane, originario di Parma, poco prima di mezzogiorno si era schiantato dopo un volo di alcune decine di metri dal viadotto San Giuliano nel nisseno, da tempo chiuso al traffico. Sul posto sono giunti un elisoccorso del 118, un'ambulanza e le forze dell'ordine che ipotizzano che non si sia aperto il paracadute che dovrebbe azionarsi dopo il volo in vista dell'atterraggio in sicurezza. Una morte tragica avvenuta sotto gli occhi della fidanzata che poi avrebbe dato l'allarme. «Che avventura - scriveva a ottobre ricordando il suo sfortunato amico Angelo - questa estate sono stato in Arabia Saudita con la mia tuta alare e altri atleti di wingsuit per volare sopra uno dei più importanti e stupendi festival sauditi saltando da uno dei più massicci elicotteri al mondo, il famoso blackhawk, per intrattenere il pubblico con qualche spettacolare flyby. In ricordo di Angelo che ha perso la vita in questa avventura».

Barbieri - ricorda la versione online del quotidiano La Sicilia - aveva fatto anche alcune apparizioni in tv. Tre anni fa aveva partecipato al talent show Tu sì que vales su Canale 5 con altri due paracadutisti nel Turbolenza Team che impressionò i giudici per capacità e spettacolarità del numero. Aveva una casa in Trentino, immersa nella natura e con una splendida vista sul lago di Cavedine, ma non riusciva a stare fermo il giovane Luca. Era sempre all'inseguimento di nuove emozioni, di nuove sfide. Negli ultimi tempi era diventato un vero esperto di wingsuit amava volare libero con la sua tuta ma anche lanciarsi dai viadotti con le sue piccole ali e un paracadute. Che purtroppo pare non si sia aperto. «Secondo gli addetti ai lavori - aggiunge La Sicilia - gli atleti che pratica lo sport estremi non sono in alcun modo irresponsabili o attratti da un desiderio di morte. Al contrario si tratta di soggetti con una forte formazione alle spalle e un grande conoscenza dei propri limiti e dell'ambiente circostante. Nessuno sprezzo del pericolo quindi, quanto invece un diverso e più vivido stato di coscienza, che a dire di tanti praticanti costituirebbe un forte potenziale per una trasformazione in positivo dell'individuo. Ma tutto questo, come si è visto, può costare caro».

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Commenti

maricap

Ven, 03/01/2020 - 13:28

Io questi Kamikaze non li ho mai capiti.