Siamo Charlie, ma pure Asia Bibi la martire cristiana dimenticata

La ragazza rischia di essere impiccata solo per la sua fede. Così l'occidente ha dimenticato tutti i cristiani oppressi

Siamo Charlie, ma pure Asia Bibi la martire cristiana dimenticata

Je suis Charlie. Siamo tutti Charlie. Bello. Meravigliosa prova di solidarietà. Ma perché nessuno è Asia Bibi, che rischia da un momento all'altro di essere impiccata in Pakistan perché cristiana? Perché nessuno si intesta il nome di chiunque sia nella lista dei 4.344 assassinati in odio alla loro fede cristiana, accertati con nome e cognome da serie organizzazioni? Certo non sono parigini. Abitavano lontano. Ma non siamo nel mondo della rete globale? Non c'è scritto dovunque liberté, égalité, fraternité ? Per loro un po' meno?

Basterebbe che mescolate a mille cartelli e magliette ne circolassero un paio con scritto: Io sono Asia Bibi . Oppure, in francese che è più alla moda: Je suis chretien . È vero che secondo il matematico e storico della domenica Piergiorgio Odifreddi cristiano vuol dire cretino. Ma ritengo sia un bel giro di cretini. Non in opposizione a Je suis Charlie , ma per amore della sinfonia, del meticciato, della fraternità. Oppure, con un po' di furbizia che non guasta, si potrebbe creare una sana endiadi: Je suis Charlie et aussi Asia Bibi, sono anche Asia Bibi.

Sia chiaro. Je suis Charlie . Siamo tutti Charlie. Ed è un bel gesto. La maglietta, le vignette con le matite, la pagina Facebook con l'intestazione. È una prova di condivisione del dolore. Fa anche una buona impressione nei rapporti sociali. Scrivere Asia Bibi ti infila in una nicchia di fondamentalisti, opposti e uguali ai fratelli musulmani, e dunque non sta bene. Invece c'è una gratificazione in questa scelta di identificazione con Charlie , fornisce un lasciapassare intellettuale: ti introduce in un mondo più libero di quello che vive la gente comune.

In tante rievocazioni si avverte ammirazione per il coraggio ma anche una lieve invidia per gli otto giornalisti uccisi (le altre quattro vittime sono comparse e al massimo utilizzate per rimarcare delle tesi, del tipo: vedete che un morto era musulmano, dunque la causa non è il Corano).

Non si invidia la morte di quegli artisti, ovvio. Ma la loro vita, così irridente di tutto, così anarchica, libertina e talentuosa, così senza apparenti doveri.

In questo senso la vera, grave strumentalizzazione che si rischia di fare del martirio di Boulevard Richard Lenoir (curiosità: secondo Simenon, Maigret aveva casa lì) non è certo quella che oggi si imputa al Giornale e a tutti coloro che vedono in quegli omicidi un atto della guerra globale del totalitarismo islamico dichiarata al resto del mondo e in particolare all'Occidente. Dire che c'è guerra è una pura realtà.

E basta alzare lo sguardo e vedere dove e da chi sono stati assassinati quei 4.344 cristiani per sapere di che cosa stiamo parlando. La strumentalizzazione che alla fine rischia di perderci e di perdere l'Occidente è trasformare quell'idea della vita che avevano quei brillanti vignettisti in dogma. Mi tocca citare Oriana Fallaci, che denunciò l'odio contro la libertà come molla per l'assalto islamista all'Occidente, ma accusò l'Occidente di essersi svuotato, di non credere più ai doveri, di aver confuso libertà con licenza. Ecco, di aver misconosciuto il suono delle campane. Di non amare le campane. Di aver respinto il cristianesimo. E lo diceva lei, da atea, atea cristiana, atea ratzingeriana. Quel Ratzinger deriso e direi persino vilipeso da Charlie Hebdo , con il risultato di indebolire quel cristianesimo che ha fondato la libertà.

(Ecco la citazione: «...vi sono molte cose che vorrei cambiare. Cioè non mantenere, non conservare. Una è l'uso e l'abuso della libertà non vista come Libertà ma come licenza, capriccio, vizio. Egoismo, arroganza, irresponsabilità... Un'altra ancora, la mancanza di autodisciplina, della disciplina senza la quale qualsiasi matrimonio dell'uguaglianza con la libertà si sfascia. Un'altra ancora, il cinico sfruttamento delle parole Fratellanza-Giustizia-Progresso. Un'altra ancora, la nescienza di onore e il tripudio di pusillanimità in cui viviamo ed educhiamo i nostri figli».

Scrisse queste cose dopo aver incontrato Benedetto XVI a Castel Gandolfo, volle morire guardando la cupola di Santa Maria del Fiore, accompagnata nell'ultimo viaggio dal concerto di campane del campanile di Giotto).

Non sono soltanto occidentali e parigini. I vignettisti di Charlie sono il perfetto simbolo dell'uomo libero dell'Occidente così come la sinistra e l'estrema sinistra li vorrebbe: nessun dogma, salvo quello del diritto a esprimere il proprio pensiero, a condurre il proprio stile di vita. Michele Serra ha raccontato quella simpatica banda con connotati di esaltazione. Vendevano poche copie, rispetto alla fama.

Erano élite. Con tutto il diritto di esserlo, di esprimersi, di credere e non credere, di buttare tutto sul ridere. Si vergognerebbero di certo a essere associati a qualsiasi appartenenza religiosa. Straccerebbero le vesti dei sacerdoti della nuova religione che si vorrebbe grazie a loro trasformare nella sola religione di Stato ma anche di status (il settimanale stampava 60mila copie, la settimana prossima saranno un milione).

Non sono fole: l'operazione in corso rischia sacralizzare la dissacrazione come religione che sostituisce alla croce la vignetta in cui le tre persone della Trinità fanno sesso tra loro (la vignetta più famosa di Charlie ), e se uno dice che non va bene, passa per un nemico della libertà. Ma sono certo che quegli otto stavolta dissacrerebbero la dissacrazione, se non altro per coerenza.

Dunque sarebbe una bella cosa se accanto a Charlie scrivessimo il nome di Asia Bibi per fargli compagnia. Oltretutto Asia, madre contadina di quattro figli, facciamo persino in tempo a salvarla.

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