Il signore delle scarpe, "nonno Rovazzi" e le vittime del giallo dei tamponi negati

Addio all'imprenditore Sergio Rossi e all'anziano parente del cantante. In Basilicata scoppia il caso dei test salvavita rifiutati a quattro contagiati. Che poi sono tutti morti

Nel giorno in cui sono morti di coronavirus anche il «signore delle scarpe», l'imprenditore calzaturiero Sergio Rossi, e il nonno del cantante-youtuber Fabio Rovazzi, scoppia il caso dei «ritardi nei tamponi». Accade in Basilicata dove quattro drammi si sono incrociati nel giro di una settimana. Sono le storie di Palmiro (54 anni), Donato (54 anni) Pino (38 anni) e Antonio (67 anni) Quattro vittime giovani, altro che «il covid-19 uccide solo i vecchi». Quattro tragedie che listano a lutto una regione, la Basilicata, che dall'inizio della pandemia ad oggi piange «solo» 12 vittime del contagio: il minor numero di decessi in Italia. A un'analisi superficiale potrebbe sembrare un dato confortante, ma vista l'esiguità della popolazione la percentuale è invece allarmante. Così come è preoccupante il ridotto numero di guariti dall'infezione (appena 3) usciti dal reparto intensivo del principale ospedale lucano, il «San Carlo» di Potenza. Il governatore lucano Vito Bardi e l'assessore regionale alla Sanità, Rocco Leone, sono nella bufera. L'opinione pubblica lucana ha capito che troppe cose non stanno funzionando come dovrebbero e chiedono, giustamente, che ci si muova con più competenza e meno pressappochismo. E anche con più trasparenza. Ad esempio, sono tanti i lucani che si chiedono: in base a quale criterio sono stati eseguiti finora i circa 2.500 tamponi? C'è infatti un filo rosso che accomuna le dolorose storie di Palmiro, Donato, Pino e Antonio: la richiesta disperata (ma vana) di un tampone nei giorni precedenti alla loro morte. Tutti e quattro sono arrivati infatti al «San Carlo» quando ormai era tardi. Le famiglie protestano con compostezza e dignità: forse potevano essere salvati, ma le nostre richieste d'aiuto sono cadute nel nulla.

Il sorriso buono di Palmiro

A Potenza Palmiro Parisi era un monumento al buon umore. Gran lavoratore. Sempre col sorriso sulle labbra. Specialista nel raccontare barzellette. Nel suo amato dialetto. Poi un giorno è cominciata una strana febbre. Ma ogni telefonata ai medici si concludeva con la stessa frase: «Non è nulla, vedrai che domani passa...». Ma a passare erano solo i giorni, non la febbre. La domanda era sempre quella: «Perché non mi fate il tampone?»; identica la risposta: «Non possiamo fare il tampone a tutti...». Solo quando il «caso Palmiro» è finito sui giornali locali, sono arrivati tampone e ricovero. Ma dopo due giorni Palmiro è morto.

Il manager che amava il calcio

Donato Russo era uno stimato imprenditore di Paterno (Potenza), noto in Val d'Agri anche per essere presidente di una squadra di calcio. Quella strana tosse che era spuntata da qualche giorno, all'inizio non lo aveva preoccupato. Ma poi aveva capito. Aveva chiesto di essere sottoposto a tampone. Ma niente. Questo test, in Basilicata, è un privilegio per pochi. Donato si è aggravato. Dalla terapia intensiva è uscito senza vita.

Il vigile impegnato nel sociale

Pino Larotonda faceva il vigile a Rapolla (Potenza) ma era, soprattutto, un uomo impegnato politicamente e nel sociale. Per lui, stesso calvario. La febbre, la richiesta d'aiuto, le risposte «tranquillizzanti», il ricovero, la morte. Il suo paese ha proclamato il lutto cittadino. Il sindaco e la famiglia di Pino sono concordi nel dire: «Non doveva finire così». Forse qualcuno poteva, e doveva, fare di più.

Il giornalista di denuncia

Antonio Nicastro nel suo blog aveva denunciato per primo «il ritardo dei tamponi». Anche lui, per giorni, ha atteso inutilmente quell'esame che avrebbe potuto salvargli la vita. Anche lui, come gli altri suoi corregionali, è morto nel reparto di terapia intensiva. Il giornale Cronache Lucane lo ha ricordato ieri con una prima pagina graficamente simile a un manifesto funebre e un titolo di grande impatto emotivo: «12 morti, una pagina nera per Basilicata».

Moda in lutto e nonno Rovazzi

Addio a Sergio Rossi, imprenditore calzaturiero del distretto romagnolo che ha dato il nome a uno dei marchi più noti del made in Italy. Aveva 85 anni ed era risultato positivo al coronavirus. Agli anni '60 risale la sua prima collezione che lo rese noto nel mondo della moda.

Il contagio si è portato via anche il nonno di Fabio Rovazzi. Il cantante e youtuber gli ha dedicato un commuovente ricorso su Instagram.

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