Simpson accusati di razzismo. E l'indiano Apu perde la voce

Hank Azaria, storico doppiatore del personaggio, lascia «Stufo delle polemiche». Ridere? È diventato impossibile

Simpson accusati di razzismo. E l'indiano Apu perde la voce

S e il politicamente corretto arriva perfino ai cartoni animati siamo giunti a un punto di non ritorno. Di sicuro al punto di non ritorno c'è arrivato Hank Azaria, doppiatore di Apu, l'indiano dei Simpsons. Che ha annunciato di togliere la voce al personaggio a causa delle polemiche che si protraggono da anni. Quali polemiche?

Apu sarebbe un personaggio insidiosamente razzista, perché rappresenta tutti gli stereotipi dell'indiano, e dunque offensivo, e il povero Azaria non ce la fa più. Lo capisco, tanto ormai tutto è offensivo, perfino ciò che fa ridere. E pensare che un indiano capace di scherzare sugli stereotipi della sua indianità c'è anche nell'amatissima serie The Big Bang Theory appena conclusa, ma l'attore Kunal Nayyar se l'è cavata fino alla fine della serie, forse perché è egli stesso indiano, mentre Azaria è statunitense.

Non che il politicamente corretto sia una faccenda recente (e neppure i cartoni animati a essere oggetto di polemiche, come vedremo), solo che prima se ne faceva beffe anche la sinistra, a cominciare da Umberto Eco, il quale ironizzava come non si potesse più ironizzare neppure su un barbone e forse dovrebbe essere chiamato «non banalmente rasato». Invece lo studioso Robert Hughes, negli anni Novanta, scrisse un illuminante saggio, La cultura del piagnisteo, e la morale era questa: «Tutto è stupro, fino a prova contraria». Adesso siamo arrivati a far scappare una voce dei Simpson e indignarci per il simpatico Apu (e fino a un mese fa nel mirino c'è stato anche Checco Zalone, in cui una commedia popolare decisamente antirazzista è stata scambiata per un film razzista prima di essere vista, e nonostante tutto perdurano le polemiche sull'aver fatto uso di stereotipi).

Tuttavia i casi sono tantissimi, senza risalire al marchese De Sade o alle avanguardie storiche. Tipo Sacha Baron Cohen, il quale decise di non interpretare più personaggi come Borat, il suo reporter kazako, perché riceveva continue minacce di morte (le minacce di morte sono un mezzo corretto di espressione dei politicamente corretti). Così come non dovete cercare la canzone dei gatti siamesi nel remake di Lilli e il vagabondo, se siete avanti con gli anni e ve la ricordate dimenticatevela, non cantatela ai vostri figli e nipoti: l'hanno fatta sparire insieme ai gatti, per discriminazione razziale nei confronti degli asiatici. C'è da domandarsi se si arriverà a censurare anche l'originale del 1955, non mi stupirebbe, visto che qualcuno vuole cancellare perfino i quadri di Paul Gauguin (accusato di razzismo, sessismo e pedofilia, e niente, di questo passo cancelliamo tutta la storia dell'arte e della letteratura).

Senza considerare che la Disney sotto accusa è finita pure per Oceania, perché il semidio polinesiano Maui non è proprio longilineo (i polinesiani devono essere tutti magri, e questi non sono stereotipi?), per Il libro della giungla (il modo di parlare delle scimmie avrebbe una connotazione razzista), e per Aladdin, con una canzone d'apertura reputata offensiva per la cultura islamica. Non c'è modo di uscirne: qualsiasi cosa tu faccia, c'è sempre una cultura che si offende, è il risultato del multiculturalismo, il diritto di ogni cultura a lagnarsi.

Viene da ricordare anche Andy Luotto, che fu censurato a Quelli della notte perché faceva l'arabo, per le medesime ragioni, ma a pensarci già Agatha Christie dovette cambiare il titolo del suo Ten little niggers (sarebbe Dieci piccoli negri, sebbene «negro» non abbia la connotazione spregiativa di «nigger») che divenne il famoso Dieci piccoli indiani. Ecco, oggi neppure gli indiani vanno bene. D'altra parte in Italia il romanzo uscì nel 1946 con il titolo E poi non rimase nessuno. Infatti, grazie al politicamente corretto non resta più nessuno, di sicuro nessuno che sappia ridere di qualcosa senza indignarsi.

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