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La sinistra non sa fare i calcoli: bocciata sul congedo paritario

La Camera respinge la proposta delle opposizioni. Lo stop della Ragioneria: "Misura insostenibile"

La sinistra non sa fare i calcoli: bocciata sul congedo paritario
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C'era uno spazio parlamentare, previsto dalle regole proprio per consentire alle opposizioni di avanzare proposte utili al Paese. E invece, ancora una volta, è stato sprecato. La bocciatura alla Camera della proposta sul congedo parentale paritario (cinque mesi di congedo retribuiti al 100% per ciascun genitore, estesi anche agli autonomi) è la dimostrazione plastica dell'irresponsabilità economica di una sinistra che continua a ignorare i vincoli di bilancio.

Il cuore della vicenda sta nel parere della Ragioneria generale dello Stato, arrivato alla vigilia dell'Aula e rivelatosi devastante. La relazione tecnica quantificava già per difetto gli oneri: oltre 3,7 miliardi nel 2026, destinati a crescere fino a oltre 4,5 miliardi annui a regime dal 2035, senza includere nemmeno tutte le categorie interessate. La copertura indicata - 3 miliardi annui ricavati dalla rimodulazione dei cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi - è stata giudicata priva di basi concrete per finanziare spese certe e strutturali. Da qui la conclusione inevitabile: copertura inidonea e provvedimento non verificabile positivamente. Un giudizio tecnico che ha portato la commissione Bilancio a votare un parere soppressivo, poi recepito dall'Assemblea con la reiezione del testo.

Eppure Elly Schlein (in foto) ha accusato la maggioranza di nascondersi "dietro una scusa tecnica", sostenendo che fosse solo una questione di volontà politica e citando perfino il Ponte sullo Stretto di Messina come esempio di coperture trovate altrove. Un paragone che non regge: le coperture non sono intercambiabili a piacimento, e soprattutto non si possono finanziare spese permanenti con poste ipotetiche. È la differenza tra propaganda e governo.

Dalla maggioranza è arrivata la replica sulla responsabilità dei conti. La relatrice Marta Schifone (Fdi) ha ricordato che "presentare proposte senza coperture adeguate non è tutelare le famiglie: è fare propaganda sulla loro pelle", mentre il presidente della commissione Lavoro Walter Rizzetto ha spiegato che i sussidi ambientalmente dannosi non sono capitoli di spesa liberabili ma classificazioni statistiche e che un impatto da circa 4 miliardi impone serietà contabile.

Il problema è che non si tratta di un episodio isolato. Il precedente della pdl salario minimo lo dimostra chiaramente. Anche in quel caso le opposizioni avevano trasformato una battaglia politica in una proposta rigida, con una soglia legale unica di 9 euro l'ora, ignorando i rischi per la contrattazione collettiva e i costi per il sistema produttivo (da 3 a 7 miliardi).

Il risultato è stato un fallimento politico: la maggioranza ha trasformato il testo in un ddl delega e le opposizioni si sono ritrovate a denunciare uno "scippo" dopo aver costruito una proposta sconclusionata. Se ogni obiettivo politico diventa automaticamente una spesa da finanziare, si scivola nella logica del tassa e spendi: fissare il traguardo e pretendere che la realtà si adegui.

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