È indagato per omicidio volontario il poliziotto che lunedì pomeriggio poco dopo le 17, sparando, ha ucciso un marocchino di 28 anni che durante un servizio di controllo antidroga in via Impastato (nel quartiere di Rogoredo a Milano), avrebbe puntato contro l'agente una pistola che poi è risultata a salve. Un episodio che ha acceso i riflettori sulla legittimità del gesto compiuto dall'uomo delle forze dell'ordine.
LA LEGITTIMA DIFESA
Ma il poliziotto avrebbe agito rispettando quanto previsto dall'articolo 53 del codice penale, secondo cui il pubblico ufficiale non è punibile nel momento in cui fa uso delle armi per adempiere al proprio dovere, quando è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza.
Si tratta, quindi, di una norma che rende lecito un comportamento altrimenti penalmente rilevante, giustificando l'uso della forza da parte delle autorità.
Minaccia che si è verificata in questo caso, avendo la vittima puntato l'arma contro l'agente.
COSA FARE PRIMA DI COLPIRE
Prima di colpire, però, secondo il regolamento, è necessario che la polizia, in questo caso in borghese per dei controlli antidroga, si qualifichi. Uno step che sarebbe stato eseguito.
LA TESTIMONIANZA
A testimoniarlo è lo stesso agente che è stato interrogato in questura (e la cui versione è stata confermata dai colleghi presenti sul luogo incriminato). Prima di premere il grilletto gli sarebbe stato urlato: "Fermo, polizia", ma la vittima, invece di retrocedere, si sarebbe avvicinata ulteriormente fino ad arrivare a una distanza che oscilla tra i venti e i trenta metri.
L'agente nella sua deposizione prosegue spiegando che "la mia idea era di rincorrerlo perché è una dinamica che si ripete sempre. Io stavo partendo e il collega sarebbe partito dietro di me. Lui (il 28enne, ndr) aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola e me l'ha puntata, io mentre stavo per fare lo scatto per andare avanti ho estratto l'arma e ho esploso un colpo" che lo ha colpito alla testa.
GLI ELEMENTI DIRIMENTI
La lontananza o vicinanza tra i due soggetti rappresenta un altro elemento determinante al fine di stabilire se ci sia o meno del dolo nell'azione.
L'obiettivo dell'agente che cerca di difendersi non deve essere, ovviamente, quello di uccidere, ma di rendere la minaccia inoffensiva: un fatto che viene complicato dall'ampio spazio presente tra i due corpi. Tra i fattori che hanno pesato nella dinamica, ci sono la scarsa visibilità e la componente emotiva: "Ho avuto molta paura, in tanti anni di servizio in polizia quando non capita uno non ci pensa", ha precisato davanti al pm Giovanni Tarzia che ha in mano il fascicolo. E ha aggiunto di aver riconosciuto il ragazzo "perché era una persona nota al commissariato, lo chiamavamo con lo pseudonimo di Zack ma io non ci ho mai avuto a che fare". Nonostante i dubbi sulla dinamiche dell'accaduto siano esigui, tra i reati che potrebbero essere contestati in via del tutto ipotetica in casi analoghi può esserci l'eccesso colposo, punito dall'articolo 55 del codice penale.
Viene contestato nel momento in cui una persona, per difendersi, reagisce usando, per errore, una forza sproporzionata o eccede i limiti, senza però mostrare l'intenzione di commettere un reato più grave.Ipotesi non paventata dal legale del poliziotto, Pietro Porciani, che sottolinea come "se non c'è in questo caso la scriminante della legittima difesa, non so in quale altro caso possa esserci".