Lo Stato ha dimenticato l'equità sociale

Di fronte agli enormi disagi sopportati da alcune categorie produttive, chiediamoci se lo Stato abbia assolto e bene alla sua principale funzione economica

Lo Stato ha dimenticato l'equità sociale

Di fronte agli enormi disagi sopportati da alcune categorie produttive, chiediamoci se lo Stato abbia assolto e bene alla sua principale funzione economica: redistribuire la ricchezza prodotta secondo criteri di equità sociale. Sull'altra, garantire le basi e il contesto affinché le forze produttive creino quanta più ricchezza possibile, ahimè conosciamo già la risposta.

Milioni di persone hanno ormai oltrepassato il punto di rottura economica. Una realtà ignorata per ben quattordici mesi che solo il ricorso alla piazza è riuscito a portare alla ribalta, con ancora politici che dichiarano di volersi «interessare» al problema, ammettendo implicitamente di non capirlo nemmeno: interessarsi andava bene un anno fa.

Tuttavia, è solo una fetta di popolazione, non tutta. C'è chi nel 2020 è diventato più ricco. L'Istat riporta che la propensione al risparmio è passata dall'8 al 16%, con 75 miliardi in più accumulati sui conti correnti degli italiani. Semplicemente, molti hanno continuato a percepire lo stesso reddito mentre i consumi diminuivano di 137 miliardi. Quali fasce sono state colpite di più? Secondo la Banca d'Italia, il calo di reddito ha interessato il 60% dei lavoratori autonomi e il 55% dei precari, ma solo il 31% di chi ha un contratto permanente, probabilmente per effetto della cassa integrazione.

Ora, siamo abituati ai mal di pancia dei lavoratori a reddito fisso con prelievo alla fonte, causati da chi nasconde al fisco un tanto o un po', di fatto togliendolo alla collettività che è così costretta a versare di più. Sappiamo che non è proprio così e quei soldi andrebbero ad aumentare gli sprechi, ma questa è un'altra storia. Il punto è che c'è chi versa di meno e non va bene. Oggi però la scena è capovolta: nell'anno in cui i soldi si danno e non si prendono c'è chi riceve di meno, tanto di meno.

C'è chi vorrebbe che fossero gli evasori di cui sopra, ma non è così e comunque non giustificherebbe l'affamarli. In buona misura sono i loro lavoratori, a tempo o precari, o anche permanenti ma di imprese che chiudono.

Allora dobbiamo interrogarci se il sistema debba operare anche in questo caso, nel verso opposto: aumentare il prelievo da chi può per sostenere chi davvero non ce la fa. Ci è stato ricordato di recente che abbiamo una coscienza, da usare ad esempio per rispettare la fila dei vaccini. Bene, cosa ci dice la coscienza quando una parte di noi accumula risparmi per non aver consumato il superfluo, mentre altri che di quel superfluo ci campavano sono alla fame? Domanda impegnativa. Le imprese ricorrono spesso a programmi di solidarietà, con cui i lavoratori preferiscono tagliarsi lo stipendio per non gettare qualcuno in mezzo a una strada.

Si dice che siamo in guerra. Chiediamoci se lo Stato stia distribuendo il peso della guerra in modo equo. Ovvero se non dovremmo accettare qualche misura eccezionale, anche toccando un totem della cultura fiscale, che vuole santo chi vive di stipendio e dannati tutti gli altri.

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