"Stato nelle aziende". La tentazione soviet che spacca anche il Pd

Orlando lancia l'idea poi smentisce. Iv fa muro. E la lite frena gli aiuti alle imprese

"Stato nelle aziende". La tentazione soviet che spacca anche il Pd

Mi obblighi a strozzare la mia impresa, poi mi presti il denaro per salvarla, ma in cambio entri nella gestione. A pensare male, il percorso che parte della maggioranza giallorossa vorrebbe seguire per «salvare» le imprese in difficoltà ricorda metodi da boss.

Una visione estrema, certo. Ma di sicuro ieri ha fatto sobbalzare molti l'intervista alla Stampa del vicesegretario Pd Andrea Orlando. Tanto da costringere l'ufficio stampa del Nazareno a smentire il titolo «Se lo Stato finanzia le aziende deve avere un posto nei Cda». Lo stesso Orlando insiste: «È completamente inventato». Lapidario Zingaretti: «Balle». Eppure l'articolo era finito sul sito del Pd senza commento ed era anche arrivato il plauso del ministro Francesco Boccia: «Mi sembra una proposta che merita attenzione, non mi pare estemporanea». In effetti Orlando non parla mai di Cda ed esclude «ingressi nella governance» e «nazionalizzazioni» (e ci mancherebbe). È vero però che Orlando parla di «valutare se lo Stato debba entrare per un determinato periodo, in modo da garantire che l'impresa mantenga gli impegni assunti nel momento in cui riceve finanziamenti».

Renzi fa muro: «Sovietizzare l'Italia? No grazie». «Una frase -dice al Giornale il deputato di Italia Viva Marco Di Maio- che rivela il pregiudizio: come se il grosso degli imprenditori volesse solo agguantare il bottino e scappare. Ma al momento non ci sono neanche finanziamenti a fondo perduto. Che spero ci saranno».

Stessa musica per Carlo Calenda, che sui social duella con Orlando: «Occupatevi di far funzionare il sistema di garanzie e la Cigd». Del resto, anche nel Pd qualcuno dà voce al disagio, da Anna Rossomando a Tommaso Nannicini, inequivocabile: «Le idee vintage e i poltronifici non servono».

L'uscita di Orlando, insomma, suona come un ballon d'essai per saggiare le reazioni: la smentita ufficiale del titolo arriva solo alle 11 del mattino. Tanto più che a precedere orlando c'era stato l'articolo firmato da Romano Prodi sul Messaggero di domenica, in cui l'ex premier dice no a una nuova Iri ma auspica un ruolo interventista dello Stato. Tentazioni che l'economista Andrea Giuricin, in trincea contro il nuovo stanziamento di 3 miliardi per Alitalia, definisce «di socialismo irreale». Difficile liquidarle con una smentita, visto il numero di indizi.

Le aziende hanno capito benissimo l'antifona, come testimonia la durissima uscita del neo presidente di Confindustria Carlo Bonomi che quattro giorni fa ha scosso il governo e, guarda caso, aveva ricevuto una replica più dura delle altre: quella di Andrea Orlando.

Ma, soprattutto, è evidente che un atteggiamento verso le imprese che spazia tra il poliziesco e il sovietico accomuna una parte del Pd alla vasta maggioranza dei grillini e alla totalità di Leu. Ed è un tema di scontro che continua a frenare il decreto aprile, costringendo a mutarlo in decreto maggio. Una frattura ancora non ricomposta, nonostante ieri Italia viva abbia raccolto qualche segnale in un incontro con Conte. Ed è anche uno dei nervi scoperti su cui batte il centrodestra. «Visione statalista e superata dalla storia», attacca l'azzurro Giorgio Mulè. E Andrea Cangini fa notare che «sarebbe l'ennesima sospensione di diritti».

L'invasione dei Cda non ci sarà, ma facile che la liquidità venga condizionata a nuovi interminabili controlli. La Sace, l'azienda pubblica incaricata di garantire i grandi prestiti, a fine aprile aveva dato il via libera a una sola pratica su 150 presentate.

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