Il potenziale accordo sulla fornitura di armi a Taiwan è "un'ottima carta negoziale" nei confronti della Cina. Donald Trump sembra pronto ad usare una nuova strategia per dare una svolta alle relazioni bilaterali con Pechino, e pur non scendendo nei dettagli riguardo a ciò che desidera ottenere in cambio, durante il vertice con Xi Jinping ha fatto pressione sul gigante asiatico affinché effettui ingenti acquisti di aerei, etanolo, soia, carne bovina e sorgo di produzione americana.
L'uso dell'accordo sulle armi con Taipei come leva solleva nuovi interrogativi sui tempi e sulla portata del sostegno militare statunitense a favore dell'isola: il governo di Taiwan attende da mesi che il presidente dia il via libera al pacchetto da 14 miliardi di dollari che comprende missili, apparecchiature anti-drone e sistemi di difesa aerea, volto a fortificare l'isola contro le minacce militari di Pechino.
In un'intervista a Fox News, alla domanda se abbia intenzione di approvare l'accordo, Trump ripete: "No, lo tengo in sospeso, dipende dalla Cina". E poi torna sulle parole pronunciate da Xi su Taiwan (quando ha detto che se la situazione venisse gestita male potrebbe spingere i due Paesi verso un "conflitto"), negando che si sia trattata di una "minaccia" agli Stati Uniti. La sua è una risposta a chi ha criticato la visita, tra cui il suo ex stratega Steve Bannon, che ha parlato di una "palese minaccia". "Pechino non vuole l'indipendenza di Taiwan. E io voglio che Taipei si calmi e la Cina si calmi", precisa il tycoon.
"Non cerchiamo guerre e, se si mantenesse la situazione così com'è, credo che per Pechino andrebbe bene". Tuttavia, ribadisce che "nulla è cambiato" nella politica statunitense verso l'isola. Gli Usa riconoscono solo la Cina e non sostengono l'indipendenza formale di Taiwan, ma storicamente si sono astenuti dal dichiarare esplicitamente di opporsi a tale indipendenza. Secondo la legge americana, Washington è tenuta a fornire armi a Taipei per la sua difesa, ma ha mantenuto un atteggiamento ambiguo riguardo all'eventualità che le forze Usa intervengano in suo aiuto.
Il governo taiwanese, da parte sua, rivendica la propria indipendenza in risposta alle dichiarazioni di Trump, sottolineando che l'isola "è una nazione democratica, sovrana e indipendente, non subordinata alla Repubblica Popolare Cinese". Il ministero degli Esteri aggiunge poi che la vendita di armi "non costituisce soltanto un impegno di sicurezza degli Stati Uniti chiaramente sancito nel Taiwan Relations Act, ma rappresenta anche una forma di deterrenza congiunta contro le minacce regionali".
Il Parlamento di Taiwan ha recentemente approvato un disegno di legge sulla spesa per la difesa pari a 25 miliardi di dollari, che sarà destinato all'acquisto di armamenti statunitensi. "Il fatto che Trump dichiari apertamente che le armi rappresentino una merce di scambio è esattamente ciò che Taiwan non avrebbe voluto sentirsi dire", afferma Lev Nachman, docente di scienze politiche presso la National Taiwan University.
"La speranza era che le vendite di armi fossero considerate non negoziabili, in quanto parte delle Sei Assicurazioni'.
Ciò che il presidente sta dicendo, invece, è che una di queste non ha più alcuna rilevanza", prosegue facendo riferimento ai sei principi chiave della politica estera degli Stati Uniti nei confronti dell'isola, enunciati dall'amministrazione di Ronald Reagan nel 1982. E per David Sacks, ricercatore presso il Council on Foreign Relations ed esperto di Cina, i commenti dell'inquilino della Casa Bianca "suggeriscono che la narrazione di Xi su Taiwan abbia esercitato un'influenza".