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Terza guerra mondiale (del pallone)

C'è molto di più del potere del pallone che si agita sul cadavere politico di Sepp Blatter

Terza guerra mondiale (del pallone)

C'è molto di più del potere del pallone che si agita sul cadavere politico di Sepp Blatter. C'è uno sconfinamento nella geopolitica, nella diplomazia, nelle alleanze strategiche che s'era intuito subito, ma che adesso è diventato palese. Ci sono quattro continenti coinvolti: America, Europa, Asia e Africa, ci sono due tra le tre superpotenze globali già coinvolte (Stati Uniti e Russia) e la terza che potrebbe esserlo indirettamente (Cina), c'è uno dei Paesi più emergenti in termini politico-diplomatico-economici (Qatar) che è al centro di uno dei principali problemi che tocca l'inchiesta e soprattutto le sue conseguenze future. C'è un pezzo d' Europa (Francia, Inghilterra, Germania) che si agita spingendo l'intero continente su una posizione anziché su un'altra. La terza guerra mondiale non dev'essere necessariamente armata. È questa, forse. Perché gli interessi mossi in questi decenni sono molteplici e giganteschi, perché la Fifa ha assunto contorni da istituzione politica globale: crea nazioni che non esistono, sanziona Paesi che non riconoscono calcisticamente altri Paesi, alimenta indipendentismi e autonomie.

Qualche giorno fa, sul Sole-24 ore , Ugo Tramballi ha scritto che solo una teoria cospirazionista potrebbe far pensare che usando l'inchiesta sulla Fifa gli americani vogliano far naufragare il mondiale di calcio di Putin del 2018. I complottisti nascono e si moltiplicano e difatti puntualmente la lettura fatta da alcuni media, italiani e stranieri, è stata esattamente quella. Ora è del tutto evidente che quello contro Blatter e la Fifa non sia un complotto, ma un'inchiesta giudiziaria, che le teorie cospirazioniste sono alimentate spesso dagli stessi Stati. Qui non c'è nessuna congiura, ci sono interessi confliggenti, ci sono odi e rivalità, ci sono influenze e poteri che si scontrano. C'è soprattutto la certezza che la questione non sia molto più ampia, rispetto al micromondo calcistico (per quanto esso importante e ricco possa essere). La dimostrazione la si è avuta ieri quando uno dei portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha dichiarato che l'amministrazione Obama «non sarebbe sorpresa» se lo scandalo della Fifa approdasse sul tavolo dei colloqui anche al G7 che comincia domenica in Germania. Poco prima del suo intervento, l'Inghilterra aveva fatto sapere per bocca del ministro della Cultura, John Whittingdale, che la Gran Bretagna sarebbe pronta a ospitare i mondiali del 2022, qualora non si dovessero tenere in Qatar: «Abbiamo le strutture in questo Paese e abbiamo organizzato una straordinaria candidatura, anche se senza successo, per ospitare la Coppa del mondo nel 2018».

È lì che si torna, alla Russia. Il Qatar per Londra finora è stato un alleato (ha comprato palazzi della City e interi quartieri). La dichiarazione di ieri segna un cambiamento? Secondo molti analisti britannici sì. Ma esiste anche un'altra lettura: si parla del mondiale della moglie Qatar, perché suocera Russia intenda. Perché con Mosca i rapporti della Gran Bretagna sono tesi da molto tempo. Il calcio c'entra, come si capisce anche dal riferimento che lo stesso Whittingdale ha fatto nella sua dichiarazione: l'Inghilterra ha considerato l'assegnazione del 2018 alla Russia uno sgarbo, oltre che un errore. Idem per gli Stati Uniti che aggiungono il calcio al faldone della crisi in corso con Putin.

Ci sono alleanze e rotture: all'ingrosso Europa e Stati Uniti sono contro Russia e Asia, poi ci sono le sfaccettature che rendono questa guerra politico-diplomatica attorno al pallone molto intricata. Perché in Asia il Qatar ha molti nemici (soprattutto nel mondo arabo, dopo il supporto che Doha ha dato ai Fratelli musulmani, ma anche all'Occidente nella guerra in Libia). Perché l'Europa non è compatta neanche qui, come in tutto il resto. Perché c'è ancora una variabile che non è stata considerata: la Cina, che nel mondo del pallone sta investendo molti denari, ambisce a ospitare un mondiale il prima possibile: per molti già nel 2026, ovvero nella prima data utile non ancora assegnata. Pechino ha rapporti con Washington e con Mosca, anche se con entrambi per molte ragioni non sono facili. Dove si va? La direzione è incerta, il risultato ancora di più. Tutti contro tutti, in una guerra che ha tirato fuori molte cose che con il calcio c'entrano soltanto fino a un certo punto. Ha un senso: ci si può nascondere dietro qualcosa di molto meno serio della politica estera per dire e fare ciò che la politica estera non può né dire né fare. Ed è più facile tornare indietro.

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