Thyssen, la farsa tedesca che sbeffeggia le vittime

I manager, condannati nel 2016, non sono mai stati in carcere. E ora chiedono la semilibertà

Thyssen, la farsa tedesca che sbeffeggia le vittime

Hanno chiesto l'«offener Vollzug» (l'equivalente della nostra semilibertà) senza aver ancora fatto un giorno di galera. Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due manager tedeschi condannati in via definitiva il 13 maggio 2016 per l'incendio della Thyssen in cui morirono 7 operai, continuano a provarle tutte per farla franca.

È indignata Rosina Platì, mamma di Giuseppe Demasi, 26 anni, una delle vittime del rogo del 6 dicembre 2007: «Una tragica farsa, quando l'ho saputo mi è preso lo sconforto, ho pianto e sono stata malissimo. Ho scritto al ministro della Giustizia, attendo una sua telefonata, questa è l'ennesima pugnalata dritta al cuore».

Espenhahn e Priegnitz per anni sono riusciti a sottrarsi alle proprie responsabilità, rifugiandosi in Germania. Poi, finalmente, dopo una serie di istanze da parte dell'Italia, il loro Paese ha deciso (ma solo sulla carta) di dare corso alla sentenza di condanna dellanostra giustizia. Ma ora, a tempo di record, ecco la possibilità di un regime di semilibertà che consentirebbe ai due condannati di non fare neppure un giorno in cella; i due manager sono infatti ancora liberi, nonostante a febbraio il Tribunale regionale superiore di Hamm abbia respinto il loro ultimo ricorso.

Devono scontare cinque anni di carcere per omicidio colposo, incendio doloso e omissioni di misure antinfortunistiche, pena massima prevista in Germania per questi reati, ma manca un ultimo atto: «Per via della ridotta attività giudiziaria durante la pandemia, non è ancora stato emesso l'ordine di presentarsi in carcere», questo il retroscena riportato ieri dal sito del Fatto Quotidiano. Ma la procuratrice e portavoce del tribunale di Essen, Anette Milk, rassicura: «Questo documento sarà trasmesso nelle prossime settimane». Nel frattempo Espenhahn e Priegnitz confidano nella semilibertà: se la loro richiesta fosse accolta, «potrebbero uscire dal carcere il giorno, rientrare in cella la notte (con una sorveglianza leggera) e passare i weekend in famiglia».

«Sono passati 13 anni, ma per noi il dolore è sempre quello. Io non sentirò più la voce di mio figlio, i suoi baci. Sono degli assassini, non li perdonerà mai», lo sfogo della signora Platì.

L'inchiesta coordinata dal pm Raffaele Guariniello arrivà a dibattimento nel 2009 Corte d'Assise, prima tappa di un contorto iter giudiziario conclusosi nel maggio 2016, quando la Cassazione confermò le condanne nei confronti dei sei imputati a pene tra i 6 e i 9 anni.

Ne nacque un lungo scontro giuridico-diplomatico con addirittura la cancelliera Merkel costretta a scendere in campo per smentire chi accusava la Germania di «non avere alcuna intenzione di rispettare la Giustizia italiana».

«Non ci sono mai stati tempi così lunghi per pratiche del genere - dichiarò nel 2019 il direttore di Sicurezza e Lavoro, Massimiliano Quirico -. Sappiamo quanto possa essere delicata la vicenda per la Germania, ma non possiamo permettere che venga irrisa una sentenza della Suprema Corte italiana, emessa quasi tre anni fa: il 13 maggio 2016».

Sui ritardi nell'esecuzione della sentenza la Corte europea dei diritti dell'uomo ha aperto un procedimento contro l'Italia e la Germania. Ma la vergogna non è ancora finita.

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