Toh, la giudice che vieta la parola "clandestini" era nemica della Lega

Relatrice al convegno dell'associazione che denunciò i manifesti. Il ministro: indagare

Toh, la giudice che vieta la parola "clandestini" era nemica della Lega

Una settimana fa, il giudice milanese Martina Flamini è finita sulle prime pagine dei giornali per una sentenza clamorosa: ha stabilito che la parola «clandestino» non si può usare, perché «veicola l'idea fortemente negativa che i richiedenti asilo costituiscano un pericolo per i cittadini»; e aveva condannato la Lega Nord, che quella parola aveva usato in un manifesto. Bene. Ma quasi un anno fa, il 16 maggio 2016, la stessa giudice era Trieste, dove partecipava come relatrice a un convegno dal titolo «La protezione internazionale», organizzato dall'associazione Asgi, Associazione di studi giuridici sull'immigrazione. Cioè esattamente la stessa associazione che poche settimane dopo avrebbe firmato il ricorso contro i manifesti leghisti: ricorso che la giudice Flamini ha puntualmente accolto.

Sul doppio ruolo nei suoi rapporti con l'Asgi - relatore prima, giudice poi - adesso la dottoressa Flamini dovrà dare delle spiegazioni. Dovrà darle al ministro della Giustizia Andrea Orlando, che ieri in Parlamento, rispondendo a una interrogazione, ha annunciato l'avvio di una inchiesta interna per capire come sia avvenuto il singolare episodio. E cioè come e perché la dottoressa Flamini non abbia ritenuto suo dovere, quando sul suo tavolo è approdato il ricorso firmato da una associazione privata con cui evidentemente è in buoni rapporti, astenersi dalla vicenda. Certo, è possibile che la Flamini abbia chiesto ai suoi capi di fare un passo indietro, come il codice prevede nei casi in cui esistono «gravi ragioni di convenienza», e che i suoi capi le abbiano detto di andare avanti: e anche di questo dovranno occuparsi, eventualmente, gli ispettori del ministro.

La sentenza della Flamini era apparsa da subito decisamente innovativa, non solo dal punto di vista giuridico ma anche da quello della political correctness applicata al vocabolario: perché marchiava come «gravemente offensiva ed umiliante» una espressione, «clandestini», fino a quel momento considerata asettica. Basti pensare che appena pochi giorni dopo la sentenza milanese, in America un pastore luterano da sempre schierato con oppressi e rifugiati, Alex Salvatierra, l'ha impiegata per rivendicare i loro diritti in chiave anti-Trump, «difendiamo quei clandestini sotto attacco che oggi in America hanno meno diritti che mai».

Sulla oggettiva singolarità della sentenza, il carico da undici l'ha però calato il sindaco leghista di Saronno, Alessandro Fagioli, che in una intervista ha rivelato il doppio ruolo della giudice: «segnalo una cosa curiosa - aveva detto Fagioli - che la stessa associazione che ha fatto denuncia invita come relatore lo stesso giudice che ha fatto la sentenza». «Non voglio dire che sia sospetto - aveva aggiunto Fagioli - domando a me stesso se fosse opportuno». La stessa domanda, a quanto pare, se l'è posta anche il ministro della Giustizia.

La partecipazione a convegni di studi relativi alla materia di cui si occupano è per i magistrati consueta. Nel caso di Trieste si trattava indubbiamente di un convegno di parte, organizzato da enti dichiaratamente schierati dalla parte dei migranti (oltre all'Asgi c'era l'Ics, Consorzio italiano di solidarietà - sezione rifugiati). Ma l'aspetto su cui verosimilmente si soffermeranno gli ispettori del ministro è quello dei rapporti precedenti e successivi tra Asgi e giudice. E magari anche quello più veniale del pagamento delle spese di viaggio e soggiorno.

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