E adesso chi glielo dice ai milanesi che San Siro bisogna buttarlo giù? E chi glielo dice (sempre ai milanesi) che il tram, quel Carrelli che sferraglia da più di un secolo tra rotaie e pavé, va messo in deposito perché ormai è vecchio e non più sostenibile? Chi li convince che lo stadio dev'essere un altro più funzionale, più adatto e più bello? Che i tram dovranno cedere il passo ai filobus a guida autonoma, alle auto elettriche, allo sharing, alle navette volanti che da Malpensa e Linate atterreranno sulle terrazze del centro? La fantastica cerimonia di apertura dell'Olimpiade invernale a queste domande non ha dato risposte. Anzi, ne ha date eccome. Mostrando Milano al mondo ha scelto di "aggrapparsi" a due simboli della milanesità, due capisaldi dell'identità meneghina (anzi, a tre perché c'era anche tanta Scala in questa prima olimpica) che più che alla città che sarà o che si vorrebbe che fosse riportano alla Milano che è stata e che ancora risponde "presente". Il tram e San Siro sono due formidabili simboli di Milano, della sua storia e della sua cultura. Segni distintivi di una metropoli cambiata, che dieci anni fa con Expo ha cominciato la sua ineluttabile trasformazione verso il futuro e che oggi vale le grandi metropoli mondiali e fa gola ai grandi fondi di investimento. Restando in chiave olimpica c'è il rovescio della medaglia: in tutti questi anni si è allargata tantissimo la forbice delle disparità, si sono acuiti i contrasti sociali, c'è una città sempre più periferica e marginale e ce n'è un'altra potente, ricca e luccicante che si è presa il centro. Va così ovunque. Per questo San Siro, il tram Carrelli, la Scala l'altra sera hanno brillato come non mai.
Quasi volessero dire al mondo che Milano cambierà e che i Giochi contribuiranno a cambiarla, ma "loro" non andrebbero mai persi di vista. Perché il rischio è quello di trasformarla in una delle tante città di plastica in giro per il mondo. Di quelle che, quando si scende dal treno in stazione, sembrano tutte maledettamente uguali.