Quel treno delle vacanze preso in ostaggio dalle rom

Si camuffano da vacanziere e cambiano vestiti a bordo per ingannare gli agenti: sono le pendolari del borseggio

Quel treno delle vacanze preso in ostaggio dalle rom

Sono le pendolari del borseggio. Agghindate come turiste sorridenti, con le magliette colorate e i cappellini di paglia. Insospettabili e implacabili. Partono tutte le mattine dai campi rom di Genova, scendono puntualmente alle Cinque Terre, nelle stazioncine scavate nella roccia, si confondono fra la gente, rubano, nella calca a volte indescrivibile, tutto quello che si può portare via.

«La cosa incredibile - racconta al Giornale un funzionario della prefettura dietro il velo dell'anonimato – è che sono sempre le stesse. Sappiamo chi sono, le conosciamo, le più affezionate al nostro territorio saranno quindici o venti al massimo, ma con questa legislazione è quasi impossibile bloccarle». Il rosario delle denunce è interminabile: danesi, australiani, irlandesi, tutti vittime della mano lesta di ragazzine di quindici-sedici anni. Minorenni. Pregiudicate. Nullafacenti, come scrivono le forze dell'ordine nei loro rapporti. Con lenzuolate di precedenti e pacchi di denunce. Tutta carta utile solo per le statistiche. «Purtroppo la microcriminalità – allarga le braccia Vittorio Alessandro, Presidente del parco nazionale delle Cinque Terre – ha avuto effetti devastanti sulla nostra immagine. Da noi vengono soprattutto stranieri e fra di loro prevalgono i cinesi, i coreani, i giapponesi, gli americani. Lei provi a pensare cosa vuol dire per un coreano non trovare più i documenti. Val nel panico, non sa come fare, si sente solo... E dall'altra parte immagini la frustrazione dei negozianti che vedono svanire l'affare sul più bello: quando l'acquirente cerca il portafogli e si accorge di non averlo più. Per fortuna la situazione quest'anno è migliorata, la polizia ferroviaria ha intensificato i controlli sulle banchine e sui treni, noi ci siano attrezzati».

Quattro carabinieri in congedo, con gilet fosforescente e pantaloni d'ordinanza, salgono quotidianamente sui convogli stracarichi, al punto che a volte sembra di essere sui binari di qualche città indiana, si siedono e osservano il nemico. Così per tutto il giorno sui 34 chilometri che collegano La Spezia a Levanto, passando per Riomaggiore e le altre quattro fermate delle Cinque Terre. «Noi riconosciamo subito le borseggiatrici – spiega Sergio Romanelli, responsabile di questa minuscola task force – si travestono da turiste, indossando maglie colorate, e spesso si cambiano pure il vestiario in corsa per confondere eventuali inseguitori. Ma non è difficile, con un occhio ben allenato, capire che dietro quell'apparente disinvoltura si nascondono professioniste del crimine. Agiscono in coppia. Una allunga la mano, l'altra nel momento decisivo fa confusione per confondere i passeggeri e tiene la porta aperta per agevolare la fuga della complice. Il problema è che quasi impossibile coglierle in flagranza, per la loro straordinaria abilità. E poi sono sempre minorenni e si dichiarano incinte».

E allora? Come si contrasta questo flagello? «Il massimo che le forze dell'ordine possono fare - prosegue Romanelli - è identificare queste ragazze perchè l'arresto è quasi impossibile. L'Italia purtroppo è quella che è. Non ci sono strumenti per fermare questa delinquenza. E le assicuro che fa impressione vedere fra le gallerie o sulla scogliera cumuli di portafogli svuotati e abbandonati».

Le piccole ladre non si scottano mai. Come salamandre, attraversano senza difficoltà il fuoco della legalità. E sono sempre lì, fra le carrozze e le stazioni. Scelgono le porte più intasate, colpiscono e scendono all'ultimo minuto, quando il convoglio sta per partire. Nove volte si dieci va bene, il «lavoro» fila liscio. E se anche succede qualcosa, il gioco vale la candela: le denunce, sempre a piede libero, alimentano processi virtuali che non si celebreranno mai e non porteranno mai ad alcuna condanna. Non solo: col danno c'è anche la beffa, perchè queste signorine, spesso provenienti dai paesi della ex Jugoslavia, ricevono, sempre in dosi industriali, il foglio di via con l'obbligo di togliere il disturbo e allontanarsi dalla Cinque Terre. Ma anche questi provvedimenti sono grida manzoniane. E l'inseguimento riprende, fra Manarola e Monterosso.

Il Parco paga anche un vigilante che controlla le stazioni e si sposta da un paese all'altro, ma è una goccia nel mare. E allora ci si aiuta con un sistema assai artigianale: nelle stazioni sono ben visibili i cartelli, anche in lingua inglese, che mettono in guardia i bagnanti e i crocieristi che scendono dalle navi e si avventurano in questo lembo di terra. Anche per loro il furto è un guaio non da poco: le misure antiterrorismo impongono controlli rigidissimi e chi si ritrova senza il badge rischia di rimanere a terra. E allora si moltiplicano gli inviti a stare attenti. Gli altoparlanti delle stazioni ripetono sempre gli stessi messaggi di guerra: «Attenzione, si segnala la presenza di borseggiatori». Pare incredibile, ma un pugno di ragazzine tiene in scacco una riviera frequentata ogni anno da due milioni e mezzo di persone.

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