Treviso diventa il modello per le cure "Qui meno morti rispetto alla media"

L'azienda sanitaria ha risposto in modo eccellente all'epidemia

Treviso. L'infermiere afferra la maniglia della porta con i guanti. È notte. Sta per oltrepassare la linea trincerata dell'area Covid dell'ospedale di Montebelluna. Azienda sanitaria Ulss 2 di Treviso. Quell'area dove si sente solo il battito del cuore scandito dalle macchine e l'ossigeno pompato dai ventilatori. Non un solo lembo di pelle rimasto scoperto. Tuta, casco, maschera, camice protettivo, anche le scarpe fasciate da sacchi di nylon. Ci si veste così nella prima linea per combattere il bastardo vigliacco. Un'operazione che richiede minuti e attenzione ai massimi termini. Ingressi separati. Chi è entrato, esce da un'altra parte. Le infermiere dietro la schiena, hanno scritto il nome. Lo hanno fatto per i pazienti, conta il linguaggio degli occhi, i sorrisi smorzati, le parole non dette. «Ago» sta per Moreno Agostini, il primario di Montebelluna, che sta per entrare nell'area Covid.

Qui hanno creato anche un reparto riabilitativo e ieri mattina è nato un bimbo, Moreno, come lui. All'ospedale di Vittorio Veneto, invece, la terapia intensiva non c'era. Medici, infermieri, operatori, tecnici, l'hanno costruita in 48 ore, con le loro mani, dal nulla. In ogni sala operatoria hanno messo box isolati di due pazienti. Supporto ventilatorio, pompe, monitor, terapia infusionale e monitoraggio. Ad addestrare 8 medici e 39 infermieri è stata una donna, medico, Blanca Martínez, spagnola. In 48 ore ha formato tutti. Quarantasei anni, occhi scuri, orecchini di perle ai lobi. Lei è la responsabile Cardioanestesia e Terapia Intensiva del Ca' Foncello di Treviso. «Si è creata una terapia intensiva dal nulla sicura efficace ed efficiente spiega Martínez al Giornale che offre tutto ciò di cui un paziente critico ha bisogno. Dopo una settimana è stato dimesso il primo, tutti hanno dimostrato grande professionalità. Un tasso di mortalità inferiore alla media nazionale». Briefing al mattino, modalità vestizione, nuovo metodo di lavoro, nuova farmacia e un rapporto umano intenso. L'azienda trevigiana conta sei ospedali. A capo della direzione sanitaria c'è Francesco Benazzi, che a parlarci infonde forza, dona speranza. Anche a Treviso hanno riconvertito tutto. Dove c'erano le sale operatorie hanno messo le rianimazioni, svuotato le sale, riempite, creato due ospedali Covid, attivato ospedali di comunità, diviso le aree per rischio, assunto 112 persone e aggiunto posti letto. Le mascherine mai mancate. «La Regione si è data da fare ci spiega Benazzi le mascherine e i dispositivi sempre avuti». I medici contagiati nella sua Ulss sono 42, gli infermieri 88 e gli operatori 38. Anche il primario di Ginecologia, Enrico Busato è stato contagiato. E da tredici giorni, dopo aver sconfitto il virus, è tornato in prima linea.

Mario De Martin è il responsabile infermieri a Vittorio Veneto. «In 24 ore si è raddoppiato il consumo d'ossigeno». Anche la dottoressa Sandra Migotto lavora con lui, come Antonella, Elena e Cristina. Tutte in prima linea, con addosso coraggio e paura. «Mia mamma non la vedo da un mese - dice Antonella - abbiamo dovuto superare la paura per non trasmetterla ai pazienti. Chi non respira bene ha la paura negli occhi e la solitudine». Come quella storia, quella lettera d'amore. Il marito l'aveva dettata all'infermiera per la moglie grave. L'infermiera gliel'ha letta. La moglie ora sta bene.

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