La palla passa all'Iran. Dopo la tappa a Muscat, in Oman, dove ha incontrato il sultano, il ministro degli esteri Abbas Araghchi torna a Islamabad, in Pakistan, per incontrare i mediatori e formulare una nuova proposta della Repubblica islamica per mettere fine alla guerra. Dall'amministrazione statunitense è trapelata infatti la contrarietà di Donald Trump all'ultima offerta iraniana che avrebbe rinviato la questione nucleare a un secondo momento, dando priorità alla riapertura dello Stretto di Hormuz da parte del regime e alla revoca del blocco dei porti iraniani da parte americana, oltre che allo stop alla politica delle bombe.
Le trattative non si fermano, ma non è chiaro quando si potrà trovare un punto di caduta tra i contendenti, che nel frattempo rafforzano le alleanze, Teheran con Mosca, gli Stati Uniti con gli Emirati arabi, usciti dall'Opec dopo 60 anni, in modo da prendersi libertà totale di produrre ed esportare più petrolio possibile e reagire veloci ai mercati, dopo aver criticato i Paesi del Golfo per la "posizione più debole della storia" agli attacchi di Teheran. La mossa è un altro mattone per contenere l'Iran, membro dell'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio che controllano circa il 79% delle riserve mondiali.
Trump sostiene che Teheran continui a chiedere la riapertura dello Stretto ammettendo di essere "al collasso". L'impossibilità di esportare petrolio via mare sta strozzando il regime, secondo il Wsj intento a trovare nuove modalità di stoccaggio ed esportazione (depositi di fortuna, container improvvisati o in disuso) e a ricorrere a un corridoio ferroviario per raggiungere il cliente principale, la Cina.
Gli Stati Uniti hanno bloccato ancora ieri una petroliera a bandiera iraniana mentre una nave metaniera, la prima carica di gas naturale liquefatto e controllata dalla compagnia emiratina Adnoc, ha lasciato il Golfo. Che le cose non vadano benissimo a Teheran lo dimostra anche il divieto di export di prodotti siderurgici. La produzione di acciaio è crollata dopo i raid nemici, creando forte penuria.
Trump soffia sul crollo economico della Repubblica islamica, mentre il conflitto resta congelato chissà per quanto in una tregua definita dalla testata americana Axios "la nuova guerra fredda", in cui le armi tacciono ma non c'è ancora accordo. Un'intesa che mancherebbe anche a causa delle divisioni nel regime e delle comunicazioni lente con Mojtaba Khamenei, Guida Suprema che comunicherebbe a colpi di "pizzini".
Eppure le voci ottimistiche non mancano. Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a un accordo, secondo Cnn. Ma Trump starebbe consultando anche tre "falchi" esterni all'amministrazione, che premono per un'azione militare. "Tutto ciò che i leader iraniani capiscono sono le bombe" avrebbe detto il presidente, che secondo un consulente "non ha voglia di usare la forza, ma non intende cedere sulle proprie richieste".
Teheran continua a trattare ma non smette di sfidare gli Stati Uniti, forte dell'appoggio di Mosca dopo il viaggio del ministro Araghchi a San Pietroburgo. "Non possono più imporre la loro politica a nazioni indipendenti", dicono dal regime.
L'incontro di Araghchi con Vladimir Putin, il ministro Serghei Lavrov e il capo dell'intelligence militare, Igor Kostyukov, pare sia servito anche per condividere informazioni su movimenti e piani delle truppe americane. "Se il nemico intraprenderà una nuova azione, si troverà di fronte a nuovi strumenti, metodi e scenari", avverte l'Iran.