Nelle ore dei delicati colloqui trilaterali tra Usa, Iran e Pakistan a Islamabad, Donald Trump lancia una nuova provocazione sullo Stretto di Hormuz, uno dei nodi cruciali del negoziato. "Stiamo avviando il processo di bonifica di Hormuz come favore ai Paesi di tutto il mondo. Incredibilmente, loro non hanno il coraggio né la volontà di svolgere questo compito autonomamente" scrive su Truth, ribadendo che "l'unica risorsa che resta a Teheran è la minaccia che una nave possa imbattersi in una delle loro mine marine, che per inciso sono rimaste orfane, dato che tutte le loro 28 imbarcazioni posamine giacciono sul fondo del mare". Poi, in serata, ha aggiunto: "Hanno discusso per molte ore, vedremo cosa succede. In ogni caso, vinciamo. Forse raggiungeranno un accordo, forse no. Non importa. Dal punto di vista dell'America, vinciamo". E, in merito alla possibilità che Pechino possa inviare armi all'Iran: "Se la Cina fa questo avrà grossi problemi".
Un funzionario Usa rivela ad Axios che "diverse navi" militari Usa hanno attraversato ieri lo Stretto, un movimento che "non è stato coordinato con l'Iran", mentre la tv della Repubblica islamica nega la notizia, sostenendo che un'imbarcazione è tornata indietro dopo un avvertimento. Secondo funzionari statunitensi citati dal New York Times, l'Iran non è stato in grado di riaprire la cruciale rotta ad un maggiore traffico perché non riesce a localizzare tutte le mine che ha posato nel canale e non ha la capacità di rimuoverle. Non è chiaro se Teheran abbia registrato la posizione di ogni singola mina. Intanto una fonte iraniana rivela a Reuters che Washington avrebbe accettato di sbloccare i loro beni congelati e depositati in Qatar e in altre banche estere prima dell'inizio delle trattative in Pakistan, una notizia che un alto funzionario statunitense smentisce con Cbs News. Non si sa molto della più recente posizione americana nei colloqui: l'amministrazione ha inviato all'Iran il mese scorso un piano in 15 punti il cui contenuto non è stato reso pubblico ma, stando ad alcune indiscrezioni, offre un ampio allentamento delle sanzioni in cambio della rimozione di tutto l'uranio arricchito e di rigorosi limiti ai suoi programmi nucleari e missilistici, tra l'altro. Il vicepresidente JD Vance, che guida la delegazione Usa a Islamabad, spiega che Trump gli ha dato "linee guida piuttosto chiare" riguardo ai colloqui, e se gli iraniani saranno disposti a negoziare in buona fede, gli Stati Uniti gli tenderanno la mano. Quello di Vance è considerato un ruolo chiave: una fonte pakistana di alto livello elogia il suo sforzo nel promuovere una soluzione diplomatica al conflitto, affermando che è stato fondamentale per l'avvio delle trattative. Per Axios, il motivo per cui Vance guida la delegazione statunitense "è il cattivo umore tra gli inviati di Trump e gli iraniani dopo che precedenti colloqui si sono conclusi con lo scoppio del conflitto".
Per i mediatori di Teheran, Steve Witkoff e Jared Kushner li avrebbero ingannati e, data l'importanza del vicepresidente e il suo scetticismo riguardo all'entrata in guerra, il suo coinvolgimento potrebbe favorire dei progressi. Mentre un diplomatico occidentale di stanza nel Golfo Persico cita la presenza di Vance come segno della serietà dell'amministrazione Trump, visto che nella regione lui è appunto percepito come una figura maggiormente favorevole ad un accordo di pace.
Quelli in corso sono i negoziati di più alto livello tra Teheran e Washington dalla Rivoluzione islamica del 1979, e anche i primi ufficiali faccia a faccia dal 2015, quando è stato raggiunto l'accordo sul nucleare (da cui Trump è uscito).