La Turchia è spaccata in due ma il Sultano avrà il suo trono

Il «sì» trionfa grazie alla provincia arretrata e islamica Erdogan pronto a liquidare ciò che resta del Paese laico

La Turchia è spaccata in due ma il Sultano avrà il suo trono

Un'occhiata alla carta che indica dove ha vinto il sì e dove il no dice tutto sulla drammatica spaccatura della Turchia dopo il referendum costituzionale: gli elettori dell'Anatolia profonda più arretrati e devoti all'islam - hanno prevalso su quelli laici ed europeizzanti delle grandi città, da Istanbul a Smirne, da Antalya alla capitale Ankara e all'intera costa egea. I perseguitati curdi del Sud-Est hanno votato no come ci si aspettava, ma la loro partecipazione, assai inferiore a quella nazionale dell'86%, è stata decimata da arresti, trasferimenti di popolazione, intimidazioni, con influenza forse decisiva sul risultato finale. Ma al di là della distribuzione geografica dei voti, colpisce il fatto che l'Akp, il partito di Erdogan, e i nazionalisti dell'Mhp il cui vertice ha optato per il sì abbiano perso oltre il 10% rispetto alle ultime elezioni politiche: evidentemente, anche una fetta dei sostenitori del Sultano si è resa conto che la nuova Costituzione, abolendo in pratica la separazione dei poteri, avrebbe trasformato la Turchia da una sia pure imperfetta democrazia in una autocrazia di stile mediorientale destinata ad allontanarsi sempre più dall'Europa. Per ora solo l'Austria ha chiesto di mettere formalmente fine ai negoziati, del resto arenati da anni, per l'adesione di Ankara alla Ue. Ma la fredda reazione di quasi tutte le capitali, soprattutto della Germania dove la comunità turca ha optato per il sì, induce a pensare che presto si potrebbe mettere fine a una trattativa ormai ridotta a una farsa: a rinviare la rottura potrebbe essere solo il timore che il Sultano metta fine agli accordi che finora hanno bloccato l'arrivo di profughi attraverso la Turchia.

Diverso è il rapporto con la Nato, di cui la Turchia fa parte da oltre 60 anni e in cui ai tempi dell'Urss svolse un ruolo cruciale: gli americani, pur di evitare una deriva di Erdogan verso Putin o un suo voltafaccia in Siria sembrano disposti a chiudere entrambi gli occhi (come del resto avevano già durante la guerra fredda, con Grecia e, brevemente, Portogallo) sul fatto che dell'alleanza faccia ormai parte uno Stato che non si può più definire democratico. Il Sultano, certo deluso per l'esiguità della vittoria, ha fatto buon viso a cattivo gioco e si è affrettato ad appellarsi all'unità nazionale e prima ancora che cominciassero le contestazioni ad invitare gli altri Paesi a rispettare l'esito del voto. Rivolgendosi all'enorme folla accorsa ieri sera davanti al suo palazzo, ha perfino cercato di dimostrare che anche dopo il voto il Parlamento manterrà importanti prerogative, insistendo peraltro che d'ora in avanti a governare sarà soltanto il popolo. Ma ha rilanciato anche la proposta di un referendum sul ripristino della pena di morte (a priori incompatibile con l'appartenenza alla Ue), invocato Allah e rinnovato gli attacchi ai Paesi che a suo dire hanno ostacolato la propaganda per il sì riferendosi a loro, forse per sottolineare da che parte sta la nuova Turchia, con il termine «crociati».

È perciò difficile prevedere come la vittoria di stretta misura inciderà sulla sua politica estera: alcuni analisti pensano che tenterà un riavvicinamento all'Occidente, altri che insisterà nel rapporto conflittuale. All'interno, a meno che il voto non venga invalidato (eventualità, inutile dire, estremamente improbabile) per adesso cambierà invece poco o nulla. Dal momento che la nuova Costituzione, che gli assegna formalmente poteri quasi assoluti, entrerà in vigore solo nel 2019, Erdogan continuerà per i prossimi due anni a governare per decreto, o attraverso un governo Yildirim che gli è completamente asservito, e sicuramente avendo appena rinnovato lo stato di emergenza - proseguirà nelle epurazioni della magistratura, dell'esercito e dei media che sono state premesse essenziali per la sua vittoria.

Dagli ultimi calcoli è emerso che gli spazi riservati alla propaganda del sì sono stati oltre il 90%. Con ogni probabilità, a breve cominceranno i processi contro i 40mila «traditori» incarcerati dopo il fallito golpe di luglio; e la paura di ulteriori rappresaglie, anche contro persone che si limitano a pensarla diversamente, è tale, che un certo numero di turchi ha cominciato a emigrare. Se il voto di ieri lascerà Erdogan al governo fino al 2029, bisogna mettere in conto che la Turchia cambierà completamente faccia.

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