'Tutte le case a stranieri'. Mostrano i nomi: denunciati esponenti FdI

Galeazzo Bignami e Marco Lisei sono stati segnalati al Garante della Privacy per aver mostrato i nomi degli assegnatari sui citofoni. E ora rischiano sanzioni

'Tutte le case a stranieri'. Mostrano i nomi: denunciati esponenti FdI

Durante una diretta Facebook, Galeazzo Bignami e Marco Lisei – rispettivamente onorevole e consigliere comunale di Bologna, per Fratelli d’Italia – hanno mostrato i citofoni di alcune case popolari alla Bolognina, leggendo i nomi degli inquilini stranieri. Questo succedeva la scorsa settimana e in seguito al loro filmato è scoppiata la polemica in città. E non solo. "Ci diranno che stiamo violando la privacy, ma non ce ne frega assolutamente nulla, perché se stai in un alloggio popolare e c’è il tuo nome sul campanello bisogna che ti metta nell’ottica che poi qualcuno può andare a vedere", le parole in diretta Fb del deputato di FdI. Bignami, insieme al compagno di partito Lisei, voleva denunciare i criteri di assegnazione degli alloggi pubblici, mostrando come il sistema attualmente in vigore penalizzi gli italiani.

Nel filmato postato e poi rimosso dal noto social network, i due esponenti politici hanno ripreso le targhette con i nomi degli immigrati, leggendoli ad alta voce. Per questo, ora, sono finiti nei guai, a seguito di un esposto presentato al Garante della Privacy da parte dell’avvocato Cathy La Torre.

L’attivista, denunciando l’accaduto, ha così scritto: "Sulle case e i negozi degli ebrei i nazisti affiggevano cartelli che potessero agevolarne il riconoscimento. Oggi il censimento della razza che 'ruba' agli ariani, si fa con telecamera e Facebook". La Torre, inoltre, ha aggiunto: "Poiché però non siamo (ancora) in un’Italia nazista, ma in uno Stato di Diritto retto dalla Costituzione Italiana, ricordo ai due Colleghi Avvocati e candidati che per la legge, la diffusione di nomi, cognomi indirizzo di residenza degli assegnatari degli alloggi popolari per essere lecita deve ricevere il consenso degli interessati".

Nella mattinata di oggi, lunedì 11 novembre, Galeazzo Bignami – sempre tramite Facebook – ha tenuto il punto sul fatto, spiegando il senso della loro iniziativa alla Bolognina, peraltro su segnalazione di un ragazzo di colore: "Colpa del 15% di immigrati residenti che ottiene il 60% di case popolari? No, colpa di leggi e norme sbagliate che vanno cambiate e non certo selezionando sulla base del colore della pelle. Le cambieremo, quelle norme e regole, approvandone col consenso popolare di nuove e più eque, più trasparenti e condivise".

Dunque, l’attacco al Partito Democratico locale e nazionale: "Il Pd mi accusa di 'incitamento all’odio razziale': ma come, diamo voce ad un ragazzo di colore che denuncia questo problema e siamo noi che incitiamo all’odio razziale? E voi, che lo censurate, cosa siete?". E ancora: "A noi interessa che vengano riequilibrati i criteri di assegnazione delle case popolari, ritenendo profondamente sbagliato un sistema come quello che vige in Emilia Romagna, basato su norme approvate dal PD e dai suoi alleati. Si badi bene, nessuno incolpa gli immigrati, i quali utilizzano norme e disposizioni legittime, ma che appaiono del tutto inique. La denuncia, che quindi ribadisco, non è verso di loro, ma verso le scelte compiute dalle sinistre. A queste dobbiamo porre rimedio e lo faremo tra qualche mese. Nel frattempo facciano pure esposti e denunce, anche al Garante della Privacy, ovvero all’ex parlamentare del PD Antonello Soro, stimatissimo esperto della materia. Quando denunciavamo senza mostrare nulla, dicevano che non era vero. Ora che lo abbiamo dimostrato dicono che incitiamo all’odio e violiamo la privacy, senza neanche sapere che i nomi e i cognomi dei beneficiari, come stabilito dallo stesso Garante già dal 2007, sono pubblici . Ad ogni modo spero che qualcuno voglia rispondere alla mia domanda: perché a Bologna il 60% degli alloggi popolari viene dato ogni anno a non italiani? Nell’attesa denuncerò chi in queste ore si diverte a minacciarmi di morte e cose simili".

Sul caso, ora, deciderà il Garante della Privacy.

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