Tutti i disastri di "Fofò": dalla spazzacorrotti ai boss fuori dal carcere

Il Guardasigilli ha collezionato gaffe. Quando disse che il processo finisce con la condanna

Tutti i disastri di "Fofò": dalla spazzacorrotti ai boss fuori dal carcere

Trecentoquarantasette annunci in meno di due anni: dagli incontri sindacali ai santi patroni dei secondini, dai «bisogna fare luce» alle commemorazioni dei defunti, dall'autorecensione delle interviste ai question time alla Camera. E poi promesse, promesse, promesse. Quando oggi a Palazzo Madama i senatori dovranno decidere la sorte del ministro Alfonso Bonafede, messo nel mirino delle mozioni di sfiducia, per decidere a ragion veduta potrebbero consultare quella sorta di biografia per proclami che si chiama Gnewsonline, il sito ministeriale che ogni giorno che Dio manda in terra racconta le imprese del Guardasigilli, Alfonso Bonafede detto Fofò, giovane avvocato di Mazara del Vallo che i disegni bizzarri del Fato hanno catapultato su una delle poltrone più delicate d'Italia. Perché da quel tentativo un po' goffo di autocelebrazione, i senatori potrebbero agevolmente cogliere quello che alla fine ne emerge come il tratto distintivo della personalità del ministro grillino: promettere tanto e mantenere poco, e soprattutto combinare disastri nelle poche occasioni in cui alle promesse fa seguire i fatti.

Non tutto il curriculum del Guardasigilli, a dire il vero, si ritrova su Gnewsonline. Mancano, per esempio, alcune performance che un perfido avvocato di Rovereto, Nicola Canestrini, ha raccolto in rete sotto il titolo «Le perle di Fofò»: strafalcioni giuridici sparsi dal ministro in ogni dove, errori da matita blu che costerebbero la cacciata con ignominia a uno studente di giurisprudenza, e che il ministro inanella col sorriso degli incauti. Salvo poi quando lo prendono in castagna cavarsela dicendo di essere stato male interpretato: come quando spiegò alla polizia penitenziaria che «il percorso della giustizia inizia con le indagini, prosegue nel processo e si conclude con la condanna». E l'assoluzione?, si chiesero incredule le guardie carcerarie. O come quando inventò una intera categorie di delitti colposi di cui nel codice non c'è traccia: «un libro di diritto si è suicidato», commentò un legale.

Ma per il resto la lettura di Gnewsonline è un compendio pienamente istruttivo dell'approccio di Bonafede alle cose di governo, rimasto immutato - gli va riconosciuto - nel passaggio per lui indolore dal governo Conte 1 al Conte 2. Una serie di annunci uno più luminoso dell'altro, e rimasti scritti sull'acqua senza che nessuno gliene chieda conto. Appena nominato, il 7 giugno 2018, incontra l'ambasciatore francese, e ne esce garantendo la piena cooperazione giudiziaria: i terroristi rossi sono ancora a Parigi indisturbati. A ottobre è il turno della riforma del processo civile, «la pubblico a breve»: beh, ci mette un anno e mezzo e solo per scrivere un testo che non è mai arrivato all'esame del Parlamento. Il mese dopo annuncia invece la riforma del processo penale: e neppure di questa finora non è stata approvata neanche una riga, Bonafede prima del coronavirus riesce a portare in consiglio dei ministri solo una bozza subito liquidata come «cinica e pericolosa» dagli avvocati. «Nel processo civile presto cause civili e rapide», ribadisce il 26 novembre 2018. E via così, in un tripudio di impegni solenni dimenticati la mattina dopo. Un avvocato a Milano cade nel vuoto da una balaustra e quasi muore, Fofò va trovarlo e garantisce che «non accadrà più» perché il palazzo di giustizia verrà messo in sicurezza: un anno e mezzo dopo non è cambiato niente. Alla famiglia Regeni promette l'intervento del governo per fare luce sulla morte del figlio: si sa come è finita. A giugno 2019, quando esplode lo scandalo del Consiglio superiore della magistratura, annuncia: «Entro dicembre la riforma del Csm». Sì, buonanotte. «Nessuna scarcerazione di boss per il virus», assicura: escono in 376.

Ma i guai veri arrivano quando gli impegni vengono mantenuti. Fortunatamente è successo solo due volte, e in entrambi i casi si trattava di cavalli di battaglia del partito di Bonafede: la legge «spazzacorrotti» e la abolizione della prescrizione. La prima viene approvata a dicembre 2018, Bonafede posa insieme al suo (allora) capo Luigi Di Maio e al premier Conte con dei cartelli in mano e dei sorrisi a sessanta denti: peccato che la legge sia scritta così con i piedi che appena entrata in vigore viene sommersa da diciassette eccezioni di incostituzionalità, e nel febbraio la Consulta le accoglie in blocco: un record di durata al contrario. E lo stesso accadrà per la riforma della prescrizione, considerata una follia da tutti i costituzionalisti italiani, appena inizierà a sentire i suoi effetti.

Eppure oggi, alla fine, i renziani voteranno la fiducia a Fofò.

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