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Ucciso dai latinos: prima un'altra rissa

L'ipotesi dello "sfogo". Caccia alla gang che emula Ms-13 e bande organizzate

Ucciso dai latinos: prima un'altra rissa
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Sulla banchina del binario 6 alla stazione Certosa, periferia nord-ovest di Milano, l'aria resta pesante. È lì che solo tre sere fa, martedì 26 maggio, Gianluca Ibarra Silvera, 22 anni, è stato massacrato: accerchiato da un branco di giovani, colpito da oltre venti coltellate e finito con una bottiglia rotta dopo che era inciampato e caduto a terra. Suo fratello minore, il 20enne Gianfranco, e un amico, che erano con lui, sono rimasti feriti. Un'esecuzione brutale, senza apparente motivo di rapina.

I pm Elio Ramondini e Bruna Albertini, insieme agli investigatori della Squadra Mobile guidata dal dirigente Alfonso Iadevaia, continuano a scandagliare senza tregua le immagini delle telecamere di sorveglianza. Un lavoro ossessivo, frame per frame. In alcune inquadrature emergono nitidamente cinque figure che guidano l'assalto con determinazione ferina, mentre il conteggio totale sale a più di dieci aggressori, forse addirittura una quindicina. Alcuni parzialmente travisati da cappucci e bandane, altri a viso scoperto, quasi con arroganza provocatoria. Un branco imponente contro tre ragazzi soli.

Gli aggressori si sono rapidamente divisi in due gruppi: uno è salito sul treno regionale diretto a Treviglio, l'unico presente in stazione in quel momento, per poi scendere alla fermata successiva, probabilmente a Villapizzone. L'altro gruppo si è invece allontanato a piedi verso le vie interne del quartiere. Gli investigatori credono ora alla versione del fratello sopravvissuto, che ha sempre descritto un'aggressione improvvisa e immotivata e di non conoscere i propri assalitori. Non ci sarebbero state quindi faide pregresse né rapporti precedenti tra la vittima e gli aggressori. Gianluca - un incensurato, segnalato solo una volta per possesso e suso personale di cocaina - e il fratello non risultano in alcun modo affiliati a bande o ambienti criminali organizzati. Il padre del ragazzo, profondamente addolorato, non viene considerato attendibile: la sua indicazione di un "capo della MS-13" viene valutata con grande cautela.

La pista delle gang latinoamericane resta molto seria. Tuttavia gli inquirenti non sono convinti di trovarsi di fronte a veri Latin Kings o MS-13 strutturati: più probabile che si tratti di emulatori, sbruffoni di quartiere che imitano codici e tatuaggi senza farne realmente parte. Un elemento nuovo rafforza questa lettura: nel pomeriggio dello stesso giorno, sempre a Certosa, era scoppiata un'altra rissa tra gang. Gli aggressori potrebbero essersi mossi ancora esaltati da quel precedente scontro, sfogando la tensione sui primi ragazzi incontrati, forse rei solo di averli guardati storto. Gli investigatori stanno incrociando i tatuaggi ripresi dalle telecamere con le banche dati delle pandillas. La presenza di minori nel branco rende il lavoro particolarmente delicato.

La Procura procede con cautela ma senza sconti. L'ipotesi del controllo del territorio da parte di gruppi giovanili fluidi si rafforza, in un contesto di periferie dove il machismo di strada sostituisce spesso l'assenza di prospettive.

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