Le parole arrivano prima delle esplosioni. E, come spesso accade in questa guerra, ne anticipano il fragore. A Mosca è Maria Zakharova a scandire il messaggio più duro: Ucraina e partner europei, accusa la portavoce del ministero degli Esteri, costituiscono un vero e proprio "asse di guerra". Nel mirino del Cremlino finisce la coalizione dei Volenterosi, l'intesa tra Kiev e alcuni Paesi europei per garantire sicurezza e sostegno anche nel dopoguerra. Per Mosca non è un progetto di pace, ma un'escalation "pericolosa e distruttiva", fondata su nuova militarizzazione e sull'allargamento del conflitto. Il nodo più sensibile resta l'ipotesi di una forza multinazionale occidentale in Ucraina. Zakharova è esplicita: eventuali contingenti europei sarebbero "obiettivi militari legittimi". Un avvertimento che, mentre la diplomazia si muove, risuona come una minaccia diretta su un campo di battaglia in fiamme.
A rispondere è Zelensky, che prova a ribaltare la narrazione russa puntando sul fronte internazionale. Il presidente ucraino annuncia che il documento bilaterale sulle garanzie di sicurezza per Kiev è ormai pronto e potrà essere finalizzato ai massimi livelli con Trump, mentre Washington si prepara a interloquire con Mosca per testarne la reale volontà di porre fine alla guerra. Un segnale politico netto: l'Ucraina non è sola e le garanzie di sicurezza devono tradursi in leve concrete di pressione sull'aggressore, non in dichiarazioni di principio. Da Parigi (Macron critica gli Usa per un "allontanamento" dagli alleati) e da Londra arriva un ulteriore segnale di sostegno per una forza internazionale dopo una tregua. Ma sull'ipotesi si infrange il muro del Cremlino. "Mosca continua a non volerla", accusa il cancelliere tedesco Merz, invitando la Russia a prendere atto dell'inutilità di una guerra che si trascina senza sbocchi.
Eppure, sotto la superficie delle dichiarazioni ufficiali, i contatti non si fermano. Mercoledì Kirill Dmitriev, negoziatore del Cremlino, ha compiuto una visita a sorpresa a Parigi per colloqui riservati presso l'ambasciata Usa con Steve Witkoff e Jared Kushner. Dal vertice è scaturito anche uno scambio di prigionieri: il cestista russo Daniil Kasatkin, arrestato in Francia su mandato americano, è tornato a Mosca, mentre il Cremlino ha graziato il ricercatore francese Laurent Vinatier. A questo si aggiunge l'invito ufficiale rivolto a quattro deputati della Duma a incontrare membri del Congresso Usa, atteso a fine gennaio. Segnali eloquenti di un dialogo che continua a muoversi sottotraccia.
Nella notte, Mosca ha scatenato uno degli attacchi più pesanti dall'inizio dell'invasione: droni e missili hanno colpito le infrastrutture energetiche ucraine. La difesa aerea ha intercettato la maggior parte dei velivoli, ma non è bastato: oltre un milione di famiglie nel Dnipropetrovsk sono rimaste senza luce, acqua e riscaldamento. Kryvyj Rih, città natale di Zelensky, è stata tra le più colpite, anche con missili Iskander: ospedali a generatori, scuole chiuse, treni fermi.
Il bilancio è di almeno 4 morti e altrettanti feriti a Kherson, esplosioni anche a Zaporizhzhia. Per Zelensky è "una guerra deliberata contro il popolo senza alcuna giustificazione militare". E avverte che nuovi attacchi russi sono imminenti.